Je ne suis pas Charlie, mais je prierai pour vous!

matita.jpegCosa sarebbe un bar se non si parlasse del tema del giorno? Qui si chiacchiera del più e del meno. E quel che è successo a Parigi è sicuramente il più. E merita compassione. Patire insieme. Per questo ho meditato molto prima di scrivere queste poche righe.

A riordinarmi le idee ha provveduto mia moglie. Stasera. In sottofondo il telegiornale. Rebecca ha chiesto: “Mamma, ma cosa è successo in Francia?” 

“Alcune persone sono state uccise perchè dicevano quello che pensavano.”

“Allora non si può più pensare?”

Ecco, io sono cristiano. E lotterò e pregherò per ogni vita. Per ogni singola vita. Quanto è accaduto è terrificante e supplico il Padre per la salvezza delle anime defunte e per la conversione di chi ha operato questa carneficina.

Ma non “sono Charlie Hebdo”, come tanta gente si professa orgogliosamente oggi.

Mi dà fastidio che i cristiani nelle ultime ore siano “riabilitati” dal mainstream. Perchè loro sì che si fanno prendere per i fondelli, non come i musulmani.

Mi dà fastidio la teoria di vignette oscene su Gesù, Maria e il papa che i media vanno snocciolando, propinandole come pii esempi di comprensione della moderna satira che i cristiani sopportano. Anzi, supportano.

Il punto sta tutto in quella libertà del dire ciò che si pensa. La cui massima espressione, a mio modesto avviso, è il rispetto. Non l’insulto.

Sarà che credo in un Padre che ha manifestato la propria libertà nel limitare la sua onnipotenza.

Sarà che credo in un Figlio sconfitto, che si è fatto deridere, prendere a sputi, denudare e crocifiggere.

Sarà che credo in uno Spirito che ha ispirato gente come Paolo, uno che da solo ha evangelizzato mezza Europa e che ha trovato il coraggio di scrivere “quando sono debole, è allora che sono forte.”

Rispetto. Perchè di dire ciò che si pensa sono capaci tutti.

Impastare la satira di intelligenza, garbo ed educazione, è tutt’altra cosa. E richiede ben altro sforzo. Ben altre menti.

Gabriele Guzzetti

4 pensieri su “Je ne suis pas Charlie, mais je prierai pour vous!

  1. D’altronde l’Europa, l’Italia e forse noi sessi: ci ostiniamo a mitigare fin quasi a negare la nostra identità, diventiamo facile oggetto di conquista…
    Solo questa piccola considerazione. Con leggerezza!
    Maurizio

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  2. Non mi è facile condensare il turbinio di riflessioni e pensieri in seguito a quanto accaduto in questi ultimi giorni. Mi è comunque facile scrivere che sono CONTRO … contro la violenza, quella violenza che sta ancora insanguinando intere popolazioni in territorio africano e asiatico (e non solo le vie di Parigi), sono contro qualsiasi forma di persecuzione, che più di 70 anni fa avevano generato l’Olocausto. Di fronte a questi atti di violenza, CREDO … credo nella libertà di espressione accompagnata, però, dal rispetto per quello in cui crede l’altro (sia egli cristiano, ebreo o musulmano); credo nella potenza del dialogo, se accompagnato dalla tolleranza; e SOGNO … sogno che il seme della pace e della giustizia possa finalmente trovare terreni e climi favorevoli per poter sbocciare e fiorire in una nuova primavera.

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  3. Ecco una bella – proprio bella, secondo me – chiave di lettura sulla libertà di espressione. Ci è proposta da Giovanni Fighera a proposito di Pirandello:
    “Tra tutte le gradazioni del comico (ironia, satira, grottesco, sarcasmo, parodia, parossismo formale, …) l’umorismo è quella più benevola, la più commossa e pietosa, la più ispirata a quell’abbraccio amorevole della realtà che tutto guarda e tutto valuta con un giudizio che non cancella e non censura nulla. L’umorismo prende in considerazione tutti i fattori del reale, coglie i limiti delle situazioni e delle persone. Confronta tutto il reale con l’ideale e, pur avvertendo il limite della realtà, continua ad amarla. L’umorista, a detta di Pirandello, vede «il mondo se non proprio nudo in camicia: in camicia il re». Proprio questa profonda intelligenza del reale che coglie la frantumazione dell’io contemporaneo si può aprire alla domanda di Qualcuno che risani la ferita dell’uomo.”(La nuova bussola quotidiana del 18-1-2015)

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  4. La nostra Cristina Galli ci segnala, come proprio commento, questo articolo di Giacomo Poretti del trio Aldo Giovanni e Giacomo pubblicato lo scorso 17 gennaio su Avvenire. Lo condividiamo volentieri con tutti:

    MA SI PUO’ FARE SEMPRE UN’ALTRA BATTUTA

    “Il padre costituente della comicità italiana, nonché padre di Peppone e don Camillo, Giovannino Guareschi, trascorse in prigione 405 giorni della sua vita perché – oltre a prendere per vere alcune lettere (false) in cui De Gasperi avrebbe invitato gli anglo-americani a bombardare Roma – fece pubblicare sulla rivista Il Candido una vignetta in cui raffigurava l’allora presidente della Repubblica Luigi Einaudi, tra due file di bottiglie di Nebbiolo, il Nebbiolo del Senatore Einaudi, e la intitolò “Corazzieri”.

    Nel lontano 1993, come trio “Aldo, Giovanni e Giacomo”, subimmo l’unica censura della nostra carriera di comici: partecipavamo alla trasmissione Celito Lindo di Rai3 e nel ruolo dei vecchietti avremmo voluto commentare l’indiscrezione che Sandra Milo avrebbe concepito, come ci si esprimeva allora, un bimbo in provetta all’età di 60 anni; la battuta era questa: «Sai cosa ha detto il bambino quando ha visto per la prima volta Sandra Milo?». «No». «Ciao nonna!». Il responsabile degli autori, Sergio Staino (ovvero Bobo), disse che dovevamo togliere la battuta, altrimenti non saremmo andati in onda. Potevamo forse mettere a repentaglio la nostra carriera perché ad un rigido burocrate della comicità si era ristretto il concetto di ironia?

    Quattro anni fa, per il nostro film La banda dei Babbi Natale un’organizzazione di animalisti organizzò una vibrata protesta perché in una scena Giovanni (sempre lui !) prendeva a calci un gatto di peluche. La stessa organizzazione non vide , o non volle vedere, che qualche scena dopo l’attrice Mara Maionchi, nel ruolo di una odiosa suocera, veniva sedata a forza e buttata in un cassonetto. Nessuna organizzazione a difesa delle suocere si è fatta viva. Perché? Conta più un peluche di una suocera? La conosco la risposta dei più, ma è irriferibile, e soprattutto la mia era una domanda retorica rivolta a quelli che hanno il cervello più ottuso di un gatto di peluche.

    Qualche anno fa, un organismo deputato alla sorveglianza dei contenuti pubblicitari, dopo aver visionato un nostro spot, decise di impedire la messa in onda dello stesso perché nel finale un cagnolino finiva in lavatrice; lo abbiamo modificato e Giovanni (ancora lui!) si limitava ad accennare il gesto, ma il cane era salvo dalla centrifuga. È curioso sapere che due settimane più tardi, in un altro spot, un attore, uomo, anzi un omino, di nome Il Sottoscritto finiva nella stessa lavatrice, e questo con il nulla osta degli organi competenti.

    Aiutatemi a risolvere questo dilemma: vale più un cane di un attore? O forse l’attore è più cane del cane attore? Si offende di più il cane o l’uomo? È più importante salvaguardare dal ridicolo il cane o l’uomo? E, ancora, chi possiede di più ironia, il cane o il funzionario dell’organismo di controllo? Chi è più ipocrita: l’uomo o il miglior amico dell’uomo? Insomma, ve ne sarete accorti: a chi si occupa di comicità prima o poi capitano dei guai.

    Perché quando fai questo mestiere c’è il rischio molto alto che qualcuno si arrabbi e si offenda. Noi tre, nella nostra carriera quasi venticinquennale, siamo riusciti a fare arrabbiare diverse categorie nosografiche: da quelli con i disturbi dell’apprendimento e del linguaggio, i dislessici, a quelli con disturbi comportamentali quali l’isteria e l’oligofrenia, fino a quelli con disturbi degenerativi quali l’Alzheimer; siamo riusciti a fare insorgere i meridionali, i grassi, i piccoli, quelli che si curano con l’Ayurveda, quelli che se hanno la bronchite prendono i fiori di Bach, quei ladri degli juventini, e le signore che a 60 anni vogliono fare un figlio.

    In genere, sono i parenti, i segretari o gli avvocati delle associazioni dei disturbi di cui sopra che si arrabbiano di più. Fare il comico è molto divertente ma anche molto complicato.

    La libertà di satira, la libertà di comicità, la libertà di espressione non è mai gratis e non è mai libera totalmente, semplicemente perché non esiste un solo pronome, ma ne esistono almeno due: io e tu. Ma non basterebbe applicare quella definizione di M.L. King – «la mia libertà finisce dove comincia la vostra» – traslandola in questo modo: «La mia comicità finisce sulla soglia delle vostre cose più care»? Non è sempre facile capire quali sono le cose più care per un dislessico, per un malato di Alzheimer, per un cane, per un meridionale, per un omosessuale, per un nero, per uno che adora la Madonna o Maometto.

    Lo sa perfino Papa Camillo, pardon Francesco, che giovedì ha fatto “outing” a nome di tutte le persone di buon senso, che se tocchi la mamma, la Madonna e la tua squadra di calcio ti monta talmente la rabbia che ti arrotoli le maniche della tonaca e cominci a menare cazzotti come don Camillo con Peppone.

    Lo sanno persino i benpensanti e i tifosi del politicamente corretto che dove ci son le scarpe grosse spesso il cervello è fino e che farsi prendere per i fondelli non piace proprio a nessuno, nemmeno a loro.

    A proposito della battuta censurata su Sandra Milo, non è morto nessuno, anche perché di comicità non dove morire nessuno, se non dal gran ridere; dicevo di quella battuta: ci siamo offesi a morte e abbiamo giurato sulla barba di Staino che saremmo diventati famosi alla faccia sua, poi abbiamo cambiato soggetto e battuta. Perché c’è sempre la possibilità di fare un’altra battuta.”

    Giacomo Poretti

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