Il sordo farfugliante (Mc 7, 31-37)

EffataEccovi il brano che masticheremo domani nei gruppi di ascolto, insieme a un commento di don Matteo Crimella.

“Di ritorno dalla regione di Tiro, passò per Sidone, dirigendosi verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.
E gli condussero un sordomuto, pregandolo di imporgli la mano.
E portandolo in disparte lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua;
guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e disse: “Effatà” cioè: “Apriti!”.
E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.
E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo raccomandava, più essi ne parlavano
e, pieni di stupore, dicevano: “Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti!”.  “

 

***** UN UOMO NUOVO *****

Il miracolo della guarigione del sordomuto (meglio dire il sordo farfugliante) è all’interno della cosiddetta «sezione

dei pani» del Vangelo di Marco (6, 6b-8, 26). Questa sezione si presenta come un racconto di trasformazione che passa dalle dicerie su Gesù (6, 14-16) alla professione di fede in lui (8, 27-30).

Il lettore del Vangelo è chiamato a fare suo il passaggio dalle dicerie su Gesù alla professione di fede in lui. Ma questo itinerario chiede una nuova capacità di comprendere e di vedere. Per questa ragione, insieme alla reiterata presentazione di Gesù che guarisce le folle (6, 53-56), vi sono due miracoli (7, 31-37; 8, 22-26) grazie ai quali si passa dalla sordità all’ascolto, dalla cecità alla visione. È il discepolo che, divenuto nuova creatura, può professare la sua fede in Gesù.

Poniamo attenzione solo ad alcuni dettagli significativi. La richiesta di imporre le mani (v. 32) è elemento caratteristico dei miracoli: si attende che il taumaturgo manipoli il malato risanandolo.

La scelta di appartarsi dal pubblico (v. 33) innalza la tensione narrativa e crea una forte attesa. Mentre il sordo è isolato dal mondo a motivo del suo blocco comunicativo, ora ritrova la comunione col mondo stesso proprio appartandosi con Gesù.

Dopo l’indicazione dell’isolamento ha inizio la descrizione precisa del gesto risanante per ciascuno dei due organi malati (v. 33). Il primo gesto è compiuto sulle orecchie del sordomuto: Gesù vi pone le dita. Come la mano così il dito indica la potenza di Dio che opera. Il secondo gesto viene compiuto sulla lingua del malato, toccata con la saliva. La saliva, in quanto secrezione della bocca, ha a che fare con il respiro, cioè con l’alito, ovverosia con lo spirito. Gesù trasmette a questo malato il suo spirito, ovverosia la sua potenza.

Al centro dell’episodio (v. 34) v’è la parola che guarisce, accompagnata da due gesti. Gesù alza lo sguardo verso il cielo, luogo della presenza di Dio. Poi sospira. Se dunque lo sguardo al cielo può essere inteso come un appello perché venga la forza divina, il sospiro esprime la difficoltà di un simile miracolo. Infine Gesù pronuncia una parola, qui riportata nell’originale semitico e poi tradotta: «Effata, cioè apriti». Si tratta di una parola potente ed efficace, che realizza ciò che dice. Il termine “effata”, richiama il testo di Is 35, 5: «Allora si schiuderanno gli occhi dei ciechi e le orecchie dei sordi sentiranno». Alla duplice constatazione del miracolo segue un tratto dimostrativo: colui che era muto parla correttamente, non più balbettando ma esprimendosi in maniera articolata.

La scena di miracolo si conclude con l’imposizione del silenzio (v. 36). È il celebre tema del segreto messianico nel vangelo di Marco. Il miracolo non deve essere né visto né udito. Si uniscono qui due preoccupazioni essenziali del secondo evangelista: da un lato la profonda carica cristologica che il miracolo porta con sé, dall’altro la convinzione che l’identità messianica di Gesù si manifesta solo con la Pasqua. Gesù non può essere frainteso come un guaritore famoso o un messia nazionalista; solo dopo la morte e la risurrezione i suoi gesti potranno essere interpretati nel loro significato più autentico.

La reazione finale esprime stupore. Lo stato d’animo della folla pagana è la meraviglia fuori ogni misura, esplicitata dalla frase «Ha fatto bene ogni cosa». Tale espressione richiama esplicitamente il testo di Gen 1, 31: «E Dio vide tutte le cose che aveva fatto ed ecco erano molto buone/belle». L’intervento taumaturgico di Gesù si pone in continuità con l’azione creatrice di Dio. L’uomo è restaurato nell’integrità che Dio ha voluto dall’origine.

Concludiamo con alcune puntualizzazioni.

La guarigione avviene nel momento in cui Gesù rimprovera ai discepoli la loro incomprensione: mentre il mistero di Gesù si svela s’infittisce pure l’incomprensione dei discepoli. I sordi, i muti, i ciechi sono l’immagine di un popolo che non capisce i segni del Regno. Così sono anche i discepoli. Ma come Gesù ha guarito il sordo farfugliante e il cieco, così può aprire le orecchie, sciogliere la lingua, aprire gli occhi ai discepoli. Non stupisce quindi che la liturgia antica abbia conservato il racconto di Marco, di cui percepiva tutta la ricchezza sacramentale, per il rito del Battesimo.

Infine l’ambientazione in territorio pagano ha un forte valore simbolico: Gesù è il salvatore anche dei pagani ai quali egli stesso ha aperto gli orecchi e la bocca per ascoltare la parola di Dio e per celebrare la sua missione. La sordità cede il posto all’ascolto, il balbettio farfugliante alla parola fluente dell’annuncio e della lode.

don Matteo Crimella

 

2 pensieri su “Il sordo farfugliante (Mc 7, 31-37)

  1. Più ci penso, più mi torna quanto abbiamo discusso venerdì.
    La guarigione è per il sordomuto.
    Ma il “miracolo”, il “segno”, è per coloro che lo hanno condotto lì.

    Signore, fammi guarire, ma non miracolarmi.
    (mi verrebbe da dire, cinicamente…)

    Gabriele

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  2. Tra le tante, due sono le perle che mi sono ritrovata nelle tasche, una volta tornata a casa:
    la prima è la DELICATEZZA di un Dio che si fa prossimo all’uomo e che entra quasi in punta di piedi nella sua storia;
    la seconda è la DOCILITA’ del sordomuto che si lascia accompagnare in quell’incontro che gli cambierà la vita.

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