Il viaggio ci rende felici, non la destinazione: parola di Socrate, Leopardi e Agostino

nolte

Vorrei proporre la visione di un film di qualche anno fa: La forza del campione, ispirato ad una storia vera, che fa di un tormentato percorso sportivo una metafora della vita.

Non sono in grado di valutare la qualità della spiritualità che ispira eventualmente questo film.
Sono però sicuro che possa far pensare.

Mi piace che Socrate, il protagonista,  sia un artigiano e che sostenga che “Non c’è fine più nobile che servire il prossimo”.

Mi piace che mi insegni che il presente sia la vera ricchezza che possediamo; – “E se fallisco?” -“E’ futuro: buttalo via”. Sì perché “La spazzatura è tutto ciò che ti separa dall’unica cosa che conta: questo momento. Qui. Ora. E perché “Non esistono momenti banali!”  E poi “Trova l’amore in quello che fai”.

Ecco al riguardo un bel commento di Giovanni Fighera, credo davvero pertinente, a proposito del, credo davvero pertinente, Sabato del Villaggio di Giacomo Leopardi:

Quanti ragazzi vogliono diventare subito «grandi», raggiungere in fretta la maggiore età! Quanti vivono di progetti, di pianificazioni della propria vita, a breve o a lungo termine, sempre fuori dalla propria casa, dal proprio cuore, sempre dimentichi della domanda di felicità che urge una soddisfazione nell’hic et nunc! Altro è vivere il futuro, concepire questa dimensione temporale nell’unico modo che ci è concesso, quello che Sant’Agostino nelle Confessioni designa «il presente del futuro», ovvero la speranza, una speranza che è, però, legame forte tra quanto viviamo e il tempo che deve venire, ovvero aspettativa di qualcosa in nome di quanto già stai assaporando ora, prospettiva che collega l’attimo presente al destino: speranza  e attesa di un «non ancora» in forza di un «già» presente. Già e non ancora. Nella prospettiva evangelica potremmo anche parlare di «centuplo quaggiù e l’eternità»: il centuplo non è ancora la pienezza, ma in grazia dell’esperienza del centuplo si spera nell’eternità. Dobbiamo riappropriarci del presente, l’unico tempo che abbiamo a disposizione per verificare e sperimentare il nostro io in azione, per sperimentare la corrispondenza di quanto viviamo col nostro cuore, ovvero con la nostra esigenza di felicità. Solo chi nutre la speranza di essere felice può pensare alla felicità altrui, perché solo chi si vuole bene (e sa cosa significhi volersi bene) può voler bene ad un altro così come ben dichiara Leopardi nello Zibaldone: «Chi ha perduto la speranza d’esser felice, non può pensare alla felicità degli altri, perché l’uomo non può cercarla che per rispetto alla propria. Non può dunque neppure interessarsi all’altrui infelicità».

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