E la vita, la vita. Gandhi, Marina Corradi e Vecchioni.

rain“La vita non è aspettare che passi la tempesta,

è imparare a ballare sotto la pioggia”.

Gandhi

Caspita! Una frase ad effetto. Da stampare e appendere in ufficio, o magari a casa come uno stencil sulla parete dove è appoggiato il divano… Te la immagini tatuata sull’avambraccio!?

Ma fuori di metafora cosa vuol dire “imparare a ballare”?

Direi che l’articolo seguente di Marina Corradi insinua una possibilità sufficientemente plausibile: 

 

 

“…A vent’anni  avrei detto, dura, che a me stare al mondo non piaceva.

Ci ho messo tanto tempo, ma ora comincio a capire dove stia la bellezza della vita, così a lungo incomprensibile. La bellezza per me sta in un Dio che ora intravvedo, dentro e accanto a ogni uomo, compagno di ogni passo, e curvo, insieme a lui sotto a ogni sofferenza.

Un Dio che si è fatto compagno, che colma di sé ogni stanza di dolore.

E, parallelamente, la bellezza sta in una recondita ansa dell’anima, per cui anche il peggiore degli uomini, senza saperlo, tuttavia attende. Spesso non sa cosa. E però una magari infinitesima parte di lui aspetta una bellezza che si riveli.
Ripenso a me liceale che, arrabbiata, dicevo ai miei compagni: ma non vedete che tutto è una illusione? Non avevo completamente torto, ma parlavo come un lucido pagano dell’anno 100 a.C.

Perché c’è una bellezza possente nella vita, ma è in Cristo. È nell’andare, per strade pigre o banali o drammatiche, affaticati e mendicanti; magari ladri e bugiardi, magari invece facce di misericordia. In attesa però: che quella Bellezza incarnata, morta, risorta, infine pienamente si riveli. Come scrive Paolo ai Corinzi: «Oggi vediamo come in uno specchio, oscuramente; ma un giorno vedremo in modo chiaro, faccia a faccia».”

 

Non vorrei confondermi. Azzardo un accostamento che sembra in linea con le testimonianze precedenti: Roberto Vecchioni con “Ma che razza di Dio c’è nel cielo?”.

Lo stesso percorso, le stesse parole della Corradi; e una domanda devotamente stizzita: 

 

Ma che razza di Dio c’è nel cielo?
Ma che razza di Dio c’è nel cielo?
Ma che razza di guitto mascherato da Signore sta giocando col nostro dolore?
Ma che razza di disperato, disperato amore,
lo potrà mai consolare?

 

Una risposta tormentosa, dubbiosa; nella speranza che “non so come” ci insegni, “questa razza di Dio che c’è nel mio cuore”…, ci insegni finalmente a ballare. Sotto la pioggia.

 

Ma che razza d’altro Dio c’è nel mio cuore,
che lo sento quando viene,
che lo aspetto non so come
che non mi lascia mai,
non mi perde mai e non lo perdo mai.

 

 

 

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