Poesia e nostalgia dell’Infinito. (4) Siamo giunti al punto.

vuoto…”Analogamente, leggiamo Leopardi quando ci turba, scavalcando tutte le parole, la nostalgia dell’infinito. La nostalgia di una non meglio precisabile res amissa, come la chiamava Giorgio Caproni: «Tutti riceviamo un dono. / Poi, non ricordiamo più / né da chi né che sia. / Soltanto, ne conserviamo / – pungente e senza condono – / la spina della nostalgia»(Generalizzando).

Qual è la res che abbiamo perso ma che tanto ci punge? «Non ne trovo traccia», scriveva Caproni, «non ne scorgo più segno», «non spero più di trovarla»: eppure torna a farsi sentire, a non lasciarci tranquilli, proprio nell’esperienza della poesia. A mancarci al punto da costringerci a chiedere chi sia mai questo «sconosciuto», che stranamente sentiamo come l’«amico» che ci aspetta al fondo di noi stessi, per dirla con le struggenti parole di Pär Lagerkvist:

«Uno sconosciuto è il mio amico,

uno che io non conosco.

Uno sconosciuto lontano lontano.

Per lui il mio cuore è colmo di nostalgia.

Perché egli non è presso di me.

Perché egli forse non esiste affatto?

Chi sei tu che colmi il mio cuore della tua assenza?

Che colmi tutta la terra della tua assenza?».

Sì, nella nostalgia non si può sguazzare. Come non si può sguazzare nella poesia. Perché non sono oceani, ma lo desiderano, e perciò sbocciano in domanda. Non riempiono, ma acuiscono l’urgenza della pienezza; non si beano dell’assenza, ma accertano della presenza; non sono cieli, ma il punto in cui il cielo si affaccia, dantescamente «s’indova». E in quel brevissimo istante ti fa struggere come non mai, perché, proprio accorgendoti che ti manca, non hai più dubbi che c’è e che non meriti niente di meno; perché, proprio mentre ti viene incontro, sprofondi inguaribilmente nell’evidenza che senza, no, non ha senso vivere.”

Valerio Capasa

Un pensiero su “Poesia e nostalgia dell’Infinito. (4) Siamo giunti al punto.

  1. Il ‘brevissimo istante’ è di verità. La verità non si può possedere – diceva Ratzinger – solo se ne può essere posseduti. Perciò – penso – se voglio trattenere la poesia, invece di integrarla nella mia vita concreta, rischio di vanificarne il frutto.
    Il mio rovello è che diventi sentimento soggettivo, gratificazione solitaria di un momento.
    Intravedo una uscita: che mi sia detto e ridetto da un gruppo di persone, unite liberamente nel Suo nome intorno a una figura autorevole.
    Mi salvo così dal soggettivismo per cadere nel plagio? Il rischio c’è, ma la vita è rischio!
    La comparsa sulla mia scena personale di altri, concreti, diversi talora fino al pugno nello stomaco, mi può salvare dalla mia prigione sognante, senza fare di me uno scettico.
    E’, credo, il realismo del popolo cristiano.
    Giordano

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