Pentecoste: il gemito è una sete che invoca l’adozione. (2)

delpiniEcco il seguito dell’omelia di Pentecoste di don Mario Delpini:

2. Anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli (Rm 8,23).
Le primizie dello Spirito suscitano un altro gemito, che forse si chiama anche “sete”, che forse è anche risposta alla profezia che annuncia l’apertura dei sepolcri e il rivivere delle ossa inaridite, che forse è anche la preghiera smarrita che viene ritrovata e riformulata con i gemiti inesprimibili.
Che cosa sarà questo gemere interiormente? Quale esperienza e dramma e salvezza c’è in questo gemito?

Il gemito dello Spirito risuona nell’intimità, in noi stessi, in quella dimensione di noi stessi forse troppo poco visitata, là dove è necessario lasciarsi condurre per essere nella verità.

L’intimità è disertata a motivo della distrazione, della dispersione, della dipendenza da ciò che è in superficie; l’intimità è disertata perché gli incontri con gli altri, le relazioni troppo spesso, invece che un invito alla condivisione profonda sono motivo di confusione, di esibizione, di classificazione banale, di emozioni tanto intense quanto passeggere. Il gemito interiore suscitato dalle primizie dello Spirito ci invita a rientrare in noi stessi, ad accogliere gli altri in una relazione più profonda, ad essere più liberi e veri di quell’esibizione da personaggio che ci riduce a un’etichetta.
L’intimità è fraintesa, come fosse quella parte di noi in cui sono rinchiusi i nostri incubi, i nostri peccati, i nostri pensieri cattivi, i desideri e i sentimenti inconfessabili. Il gemito interiore suscitato dalle primizie dello Spirito ci invita a non pensare che entrare nell’intimità significhi ripiegarsi su se stessi, immaginarsi la sincerità come una curiosità senza misericordia. Il gemito dello Spirito ci chiama a un altro modo di abitare nella verità più profonda e più vera di noi stessi.
Il gemito suscitato dalle primizie dello Spirito ci introduce all’intimità che si rivela la dimora dello Spirito, il fondamento stesso del nostro essere, là dove si rivela che noi siamo vivi perché chiamati alla vita dall’amore di Dio, viviamo di quella comunione che lo Spirito rende possibile.  

Ma perché “gemere”? Il gemere interiormente ci fa abitare questa intimità non come uno spettacolo da vedere, non come una nozione da imparare, non come una dottrina da sapere, ma come uno struggente orientamento al compimento, alla pienezza, la forma più intensa ed elevante del desiderio. Insomma: una sete! Il gemito dice l’attesa: aspettiamo l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. “Se qualcuno ha sete, venga a me e beva”(Gv 7,37). Il gemito è dunque una forma dell’intensità del desiderio che ha l’audacia di farsi preghiera: nasce infatti non dalla constatazione della propria miseria, non dalla percezione della nostra impotenza, ma dalla gratitudine, dallo stupore, dall’esultanza che le primizie dello Spirito seminano nella nostra intimità.

Il gemito invoca l’adozione. Le primizie dello Spirito introducono alla preghiera. Non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito intercede con gemiti inesprimibili; colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito (Rm 8,26-27). Pregare ha quindi a che fare con la verità di noi stessi, è il gemito che invoca il compimento della nostra vocazione ad essere figli. Pregare non è una attività complementare alla vita, ma la condizione per accogliere la vita stessa, pregare non è la buona azione di una persona che aggiunge al bene che compie anche qualche tributo di tempo e di devozione a quell’enigma che è Dio, pregare non è lo sfogo di chi cerca un colpevole dei suoi mali e intende provocare Dio a porvi rimedio, se mai lo possa, pregare non è l’elenco dei propri desideri inaccessibili o delle pretese o delle preoccupazioni per sé e per gli altri.
La preghiera che lo Spirito suscita in noi è quella forma che assume la persona che si dispone a conformarsi al Figlio, a trovare la propria identità nella risposta alla vocazione ad essere figlio, che geme e soffre con tutta la creazione perché venga il Regno di Dio, sorgano i morti dai sepolcri, si radunino i popoli nella fraternità.

La veglia di Pentecoste è tempo di grazia se le primizie dello Spirito fanno sorgere quel gemito interiore che ci richiama all’intimità in cui abita lo Spirito di Dio, configura la nostra vita come una sete, una invocazione, insomma una vita che impara a pregare.

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