L’eternità è noiosa (soprattutto verso la fine)

dalimontremolleVi regalo un paio di spunti. Il primo tratto dalla cronaca della scorsa settimana: quanto costa un anno di vita in più?

L’articolo racconta del crollo del mito della “cura del cancro”. O meglio: la ricerca farmaceutica si sta sempre più indirizzando nell’analizzare e combattere tumori specifici, abbandonando il sogno di un’unica sostanza in grado di debellare tutte quelle terribili malattie che cominciano per “cancro al”.

Effetto collaterale di questa scelta è un costo sempre più elevato dei farmaci antitumorali. Perchè occorre dividere costi di ricerca e margini delle industrie su una base più ristretta di malati.

Risultato: gli enti sanitari nazionali (che dispongono di risorse economiche limitate) cominciano a chiedersi chi salvare. A chi “donare” qualche anno  di vita. E di speranza.

Il secondo spunto di riflessione deriva da quanto sto vivendo nelle ultime settimane, stando vicino a un amico gravemente malato. La lotta sua e della sua famiglia mi colpiscono molto. Rimango attonito di fronte alla loro ostinazione. Alla fame feroce di un giorno in più di vita. Di un mese. Di un anno. Incuranti della situazione reale e delle parole dei medici.

Di fronte alla malattia e alla morte l’uomo abbandona la logica e la razionalità. Si strappa occhi e orecchi. Spegne il cervello.

(Esattamente come nella fase dell’innamoramento, verrebbe da dire. Ma la simmetria eros/thanatos è un’altra storia per un altro post)

Dirompe il rifiuto tutto e solo umano di arrendersi al niente. Di scomparire. Di tornare alla polvere.

E’ l’eternità che ci portiamo dentro che urla e si scaglia cattiva contro le sbarre del corpo.

Ecco, questo mi scuote. Perchè io so che la morte non è un tuffo nel nulla. Non è la parola FINE. Bensì, un passaggio necessario per godere (finalmente) della gioia del Risorto.

Mi rendo conto di affermare qualcosa di traumatico e chiedo a chi legge di fare un bel respiro: io credo che l’uomo sia fatto talmente bene che quando si ammala, muore.

Mia figlia qualche tempo fa mi chiedeva perchè seguiamo Gesù. Io non ho potuto che risponderle: “Perchè Gesù è talmente forte che ha vinto la morte. E’ Risorto!”

Questo è il kerygma. Questo è il nocciolo della nostra fede. La notizia straordinaria che da 2000 anni sconvolge il mondo: quel Gesù che voi avete crocifisso ha sconfitto la morte! (At 2, 32-36). Perciò noi lo chiamiamo Figlio di Dio.

Lui ha aperto la strada e ci ha detto che saremo con Lui (Gv 14, 1-4).

A noi cristiani la morte non può e non deve fare paura. Noi siamo certi di essere eterni, perchè fatti a immagine dell’Eterno.

Eppure a questa vita siamo aggrappati a sangue. Condividiamo l’angoscia di Gesù una volta consapevoli di doverla abbandonare.

E questo ci trapassa come una spada affilata.

Fatti DI eternità. Fatti PER l’eternità. Nell’incertezza del salto finale, prolunghiamo il più possibile il passaggio su questa Terra. Rimaniamo con i denti affondati in questa vita. La mascella serrata procura un male lancinante, ma non si molla. Sperando che questo treno possa portarci il più lontano possibile. Illusi di anticipare un pezzo di infinito in questa realtà così effimera.

Gabriele Guzzetti

 

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