Ferie, “la lentezza dell’ora”? Don Giacomo Rossi.

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Ecco una riflessione anche sull’agognato periodo delle ferie cercato su Riscritture di don Giacomo.

E’ un commento al Vangelo di Marco 13,1-27, qualche considerazione seria sulla qualità dell’attesa. Non a caso è Vangelo d’Avvento:

 …”Può bastare vivere attendendo le ferie, o una cena tra amici o una soddisfazione lavorativa? Oppure queste piccole attese rivelano anche il loro perverso gioco, il loro continuo “tirare avanti”, come quell’uomo del mito greco, Sisifo, condannato a sollevare un grande masso fino alla cima di un monte e quindi vederlo rotolare giù, per poi ricominciare…

Scriveva Pavese: “la lentezza dell’ora è spietata per chi non attende più nulla“. La noia, la lentezza dell’ora, non è solo quella dei ragazzi che non sanno cosa fare, ma anche quella degli adulti che non sanno più perché continuano a fare quello che in fondo solamente devono fare. Perché dalla vita non si attendono davvero più nulla (se non, a ben vedere, il timore di qualche malattia o di qualche disgrazia). Perché hanno dimenticato Dio.
Ecco perché il richiamo di questo vangelo è sempre centrato su di noi: Gesù vorrebbe che almeno i suoi capissero che il problema non è il mondo cattivo o la crisi o gli atri… ma il punto sei tu e la qualità del tuo desiderio. “Badate a voi stessi”, “badate che nessuno vi inganni”, badate di non scambiare in questo tempo di attesa falsi idoli per il vero Dio.

Si può non attendere più nulla? Vivere di piccoli desideri, di piccoli acquisti e compensazioni? Si può! Si può vivere senza Dio! È impressionante che anche una parrocchia possa vivere la sua vita parrocchiale nel “tran-tran” delle cose ma senza aver bisogno più di Dio, senza bisogno di invocarlo, di sperarlo, di amarlo… Perché ormai si è creata una struttura, una routine che si vorrebbe sottratta al tempo con le sue crisi e le sue grazie (piena di Dio appunto). Per questo il romanzo di Bernanos, “Diario di un curato di campagna”, inizia dicendo che le parrocchie sono divorate dalla noia. Perché hanno fatto a meno di Dio, come ogni vita che vuole fare a meno di lui viene divorata dallo stesso tarlo, a meno di non essere davvero una vita drogata e incapace di guardare la sua tragicità.

Il mito di Sisifo
Il mito di Sisifo

Perché il tema del desiderio ha a che fare con la nostra capacità di rimanere dentro a una mancanza, a una necessità; senza compensazioni, senza droghe, ma con gli occhi e il cuore che patiscono tutta la nostra povertà e tutto lo scandalo del male insieme alla drammaticità della vita (sono le beatitudini). E su questo punto il nostro tempo insegna “disumanamente” la fuga (le belle costruzioni del tempio). Ricordo qualche anno fa un ragazzo che si è suicidato e i suoi compagni alla notizia hanno deciso di uscire per ubriacarsi. Ma al di là di questo caso estremo, ogni frustrazione (la ragazza che non hai, il lavoro che non ti piace…) quando non è più il luogo della preghiera, della nostra invocazione a Dio, della nostra attesa di giustizia… viene sempre malamente compensata, dimenticata, fintamente cancellata. Peccato, perché era il luogo vero della nostra profonda umanità.

Continuiamo a patire e a sperare, perché ognuno di noi è chiamato a questa lotta. Senza questa speranza, la “lentezza dell’ora” sarà davvero spietata per noi.”

Un pensiero su “Ferie, “la lentezza dell’ora”? Don Giacomo Rossi.

  1. Giorgio Agamben, nel magnifico “Stanze” descrive magnificamente l’accidia, il “demone meridiano”.
    “Essa genera innanzitutto malitia, l’ambiguo e infrenabile odio-amore per il bene in quanto tale, e rancor, la rivolta della cattiva coscienza verso coloro che esortano al bene; pusillanimitas, “animo piccolo” e lo scrupolo che si ritrae sgomento di fronte alla difficoltà e all’impegno dell’esistenza spirituale; desperatio, l’oscura e presuntuosa certezza di essere già condannati in anticipo e il compiaciuto sprofondare nella propria rovina, quasi che nulla, nemmeno la Grazia divina, possa salvarci; torpor, l’ottuso e sonnolento stupore che paralizza qualsiasi gesto che potrebbe guarirci; e, infine, evagatio mentis, la fuga dell’animo davanti a sè e l’inquieto discorrere di fantasia in fantasia che si manifesta nella verbositas, lo sproloquio vanamente proliferante su se stesso, nella curiositas, l’insaziabile sete di vedere per vedere che si disperde in sempre nuove possibilità, nell’instabilitas loci vel propositi e nell’importunitas mentis, la petulante incapacità di fissare un ordine e un ritmo al proprio pensiero.”
    (da “Stanze”, di Giorgio Agamben, ed. Einaudi)

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