Racconto dell’Assunta

La-Visitazione01VERSO LA MONTAGNA (il viaggio di Maria)

In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda.” (Lc 1,39)

Il sole è alto nel cielo di Palestina. Arroventa i sassi del deserto e la sabbia che entra nei sandali di questa ragazzina. Un velo sul capo per proteggersi dall’eccessivo calore. Gli occhi bassi, per evitare di incrociare sguardi. Per evitare di spiegare. Anche solo di parlare. Le gambe si muovono veloci dietro alla colonna di bestie da soma.

Che strana questa quindicenne che viaggia sola. Anzitutto, non sta bene che una donna (a maggior ragione, una giovane donna) sia in giro senza un’accompagnatore. Tantomeno per un tragitto così lungo, 150 chilometri da percorrere a sud di Nazaret per raggiungere Gerusalemme.

E poi, è così schiva. Quasi ritratta, persa nei suoi pensieri. A volte sembra voler scomparire nelle sue vesti. Chissà cosa avrà combinato. Chissà dove starà andando. Già le altre donne in carovana mormorano, ridacchiano, pettegolano. Le comari che che le passano a fianco, si scambiano occhiate complici, si portano le mani davanti alla bocca e bisbigliano.

Lei, Maria, capisce. Ma che fare? Non ha molte alternative. Ingoia Maria. Spinge giù quel nodo alla gola, in basso verso quel ventre che…

Ecco, il solo pensiero fa riaffiorare le lacrime. E quel senso di completo smarrimento. Allora via, accellera l’andatura, calca la rabbia e lo sconforto nei suoi piedi, mulina come se avesse fame di strada, di accorciare lo spazio e il tempo che la separano dalla cugina Elisabetta. Fretta di arrivare ad Ain Karim, alle porte della Città Santa. Di trovare finalmente due braccia amiche. E un cuore comprensivo. Qualcuno, insomma, a cui confidare ciò che le è successo senza timore del giudizio. Semplicemente, senza essere presa per matta.

Perchè questo il dubbio che la sfiora, a dire il vero.

Maria si arrovella. Lei stessa non ha le parole, i termini per raccontare. L’angoscia di Maria è anche questa. Cosa dirà a Elisabetta? Ho visto un angelo? Dio mi ha scelta? Tutto quello che ci hanno raccontato sul Messia è vero? Siamo onesti: sembrano deliri di una pazza.

Cosa dire? Come dire? Certo è che da allora qualcosa in lei, nel suo corpo, è cambiato. E risulta evidente. E lo sarà sempre di più. Prova a spiegare che sei vergine, adesso. A chi lo racconterai? Ai tuoi genitori? Al tuo fidanzato, Giuseppe? Come potranno crederti se nemmeno tu, nemmeno tu a momenti presti fede a ciò che ti è accaduto?

E Giuseppe! Il solo ricordo le fa ribollire il sangue e vampe rosso fuoco le accendono il viso. Sente una ferita profonda allargarsi nel cuore. Il suo amato Giuseppe. Cosa penserà di lei, adesso? Di Maria, la bella. Di Maria, la timida. Di Maria. Incinta.

Maria stringe i pugni. Dov’è ora? Dov’è quell’… angelo? Dov’è adesso che ha così bisogno di lui? Allora è vero, Dio è sempre altrove quando serve. Poi gli occhi inevitabilmente cadono sul grembo. Lì dove l’infinito si è reso evidente. Dove il tutto è diventato carne. Eccolo, Dio. Minuscolo, fragile, indifeso. Dentro lei. Davvero? Maria si passa una mano incredula sulla pelle ben nascosta dalla tunica. E cerca di mettere insieme i pezzi. Aveva sussurrato quel sì così fresco, così adolescenziale, così incosciente. Fiera e felice. Entusiasta. Poi, più nulla. Il flusso che si ferma. Qualche nausea. La pancia che comincia a lievitare. Dove sei, amore mio? Dove sei, mio Dio?

Ecco che si sente scuotere mentre concetti ed emozioni si aggrovigliano. Un mercante le scrolla la spalla e le indica qualche casupola in lontananza. E’ il paese che sta cercando.

Maria ringrazia. La meta è vicina. Si stacca dalla carovana senza voltarsi indietro. Cammina veloce. E ancora agita cuore e mente con proponimenti e discorsi.

E’ ancora arruffata in se stessa quando inciampa ed è costretta ad alzare lo sguardo. C’è una figura amica che l’attende. Da lontano. Riconosce subito Elisabetta. Maria non sta più nella pelle e affretta il passo. Elisabetta fa lo stesso. Le due cugine si corrono incontro e si abbracciano e si baciano. E piangono. E ridono. E piangono ancora. Maria tenta di aprire bocca, ma urta il ventre colmo di vita di Elisabetta e chiede scusa e si china per abbracciare questo miracolo. Perchè lei sa che si tratta davvero di un miracolo. “Nulla è impossibile a Dio”, le era stato confidato.

E la pancia di Elisabetta ha un sussulto. Evidente. Inequivocabile. E poi un altro. Un piedino scalcia e tende la pelle elastica del grembo fino a sollevare la veste di Elisabetta.

Tra le due amiche piomba un silenzio indicibile. Complice. Perchè queste cose non si possono “dire”.

Dopo un attimo o un’eternità densa degli stessi dubbi e delle stesse lacrime, un sorriso si disegna sulle labbra di Elisabetta. “Maria!”, esclama. “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore”.

Maria sgrana gli occhi. Il cuore tuffa e rituffa nel petto. Il resto del corpo è sale. Come mi hai chiamata, Elisabetta? La madre del mio Signore?

Maria è travolta dall’emozione. Elisabetta non può sapere. A meno che…

E Maria in un attimo comprende tutto. Davanti ai suoi giovani occhi la storia, tutta la storia, passata e futura, acquista un senso. Ogni pezzo va al suo posto. Maria vede. Maria comprende. Maria sa.

Ogni dubbio è spazzato via. E la gioia la travolge. La certezza di Salvezza è una sberla calda che la scuote, che la tranquillizza e, insieme, la esalta.

E Maria esplode.

“Certo! Il Signore è grande e Santo è il nome suo! E io non posso che lodarlo con tutta me stessa! Ha fatto in me cose immense e nei secoli a venire tutti parleranno di Lui, in me. Perchè Egli consegna la storia agli umili, mentre ha in odio coloro che non confidano in Lui. Egli, che ama eternamente Israele, ora lo salva definitivamente. Per questo ha voluto servirsi di me, sua ancella: per compiere le promesse eterne fatte ad Abramo e ad Isacco.”

Il sole è ormai al tramonto e due donne abbracciate guadagnano la via di casa. Saltellano per la felicità. Chi le scorgesse magari ne deplorerebbe la mancanza di contegno. Ma a loro non importerebbe gran che. Le vite che portano in grembo rappresentano l’apice della storia della salvezza. Incarnano il senso del Creato. Sono lo sguardo benevolo di Dio sul mondo. Maria ed Elisabetta sanno che, d’ora in avanti, per ogni uomo di qualunque luogo e di qualsiasi tempo ci sarà sempre speranza.

Gabriele Guzzetti

Maggio 2014

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