“Cristiani ricchi pretendono che la Chiesa sia povera.”

La grossa fune, dal greco "kamilos", che non passa dalla cruna dell'ago.
La grossa fune, dal greco “kamilos”, che non passa dalla cruna dell’ago.

Proponiamo un buon articolo che analizza acutamente la questione del rapporto, spinoso, tra denaro e Chiesa. Possedere,  guadagnare e spendere denaro non è peccato se non viene meno la dipendenza dall’amore di Dio e dalla Sua infinita Misericordia.

A ispirare coraggiosamente il giornalista, un’affermazione del gran cardinale Giacomo Biffi, scomparso quattro mesi fa.

I poveri in spirito e la cruna dell’ago.

di Matteo Carletti

Ogni tempo della Chiesa ha i suoi scandali. Quello della ricchezza del clero è certamente uno dei più antichi e rappresenta il cavallo di battaglia preferito dell’orda anticlericale. Capita, infatti, di imbattersi quotidianamente in qualcuno che denuncia la troppa ricchezza della Chiesa o il fatto che, addirittura, per essere la vera Chiesa di Cristo essa debba diventare letteralmente povera.

biffiQuel gran cardinale che era Giacomo Biffi disse che “la Chiesa deve essere ricca mentre i cristiani devono essere poveri. Noi viviamo tempi in cui cristiani ricchi pretendono che la Chiesa sia povera”. Davvero ha ragione il card. Biffi? Davvero la Chiesa deve essere ricca? Basterebbe fare una semplice riflessione per ammettere, senza troppe remore, che il compianto cardinale aveva ed ha ragione. Se la Chiesa diventasse povera come molti auspicano e si augurano, chi sarebbero i primi a rimetterci? Indubbiamente la categoria dei poveri. Senza soldi la Chiesa non potrebbe finanziare, come fa, le numerose opere di carità corporale (ci sono trattati storici e sociologici bellissimi di come la carità cristiana ha cambiato la storia del mondo!) che vanno dagli uffici Caritas parrocchiali e diocesani fino alle missioni di aiuto nelle zone più remote e bisognose del pianeta. Senza soldi la Chiesa non potrebbe, inoltre, godere di quell’autonomia dai poteri temporali necessaria per annunciare la Verità di Cristo tutta intera.

Ne sanno qualcosa i fratelli ortodossi e i cristiani anglicani, i primi subendo per secoli le pressioni degli imperatori bizantini, mentre i secondi, avendo come Governatore Supremo una figura laica, hanno in concreto ceduto a quasi tutte le rivoluzioni laiciste moderne. Lo sapeva bene anche Gesù che aveva, insieme ai dodici, una cassa che serviva per le esigenze materiali. D’altronde basta leggere i Vangeli per rendersi conto che il problema per Gesù non è tanto il denaro in sé per sé ma l’utilizzo che se ne fa. Se si vuole ben comprendere, fuori dalle letture economiciste figlie della modernità e di filosofie decisamente avverse al Cristianesimo, l’autentico significato della povertà evangelica non si può pensare esclusivamente alla quantità di zeri presenti in un conto corrente. Gesù fa riferimento più volte al fatto che la ricchezza distoglie l’uomo dal Regno di Dio. Ma cosa intende? La ricchezza di cui ci parlano i Vangeli non è quasi mai una ricchezza materiale. Gesù mostra come la vera ricchezza sia principalmente l’idea, figlia del peccato originale, di autosalvazione, ovvero l’idea che in fondo Dio non sia necessario alla mia vita e alla mia salvezza. Io non ho bisogno di essere salvato ma di salvarmi.

Questa è la ricchezza che impedisce al “ricco” di entrare nel Regno dei Cieli. Di contro, la vera povertà è rappresentata dal sentirsi bisognosi dell’amore di Dio e della sua infinita Misericordia. Sono quei “poveri in spirito” cui Gesù promette la ricompensa più grande. Di esempi i Vangeli ce ne mostrano tanti. Anche l’incontro di Gesù con Zaccheo che, convertitosi e affermando di voler donare la metà dei suoi beni ai poveri (con la metà rimasta avrebbe comunque fatto una vita molto agiata), si sente rispondere da Gesù “oggi Zaccheo la Salvezza è entrata in casa tua”. Per non parlare della discepolanza dell’autorevole membro del Sinedrio Giuseppe d’Arimatea, il quale non solo sfrutta la sua posizione per chiedere il corpo ormai senza vita di Gesù a Pilato, ma lo colloca in un sepolcro nuovo di sua proprietà degno di una persona di alto rango. Vale la pena ricordare che Gesù non era né povero né tanto meno vestiva come tale. La sua famiglia, potremmo dire utilizzando un linguaggio moderno, apparteneva alla classe media. Spesso era scambiato per un sacerdote tanto era vestito bene.

Abito che, come ci informano i Vangeli, non fu diviso dai soldati (gente poco incline alla bellezza!) ma giocato ai dadi poiché ritenuto prezioso e bello. Dai Vangeli, dunque, apprendiamo che non è tanto la ricchezza o il denaro a costituire un male in sé ma l’utilizzo che se ne fa. Questo, ovviamente, è vero anche oggi. Ricco evangelicamente non è tanto chi possiede molti denari ma chi crede che quei denari siano tutta la sua vita, chi rimane attaccato ai suoi valori materiali tanto da essere accecato nel riconoscere la povertà dell’altro e in lui scorgere la presenza (non sostanziale, ma analogica) di Dio. È altrettanto vero, però, che la ricchezza materiale è una reale tentazione per tutti tale che si corre il rischio di cadere nel peccato più grave, ovvero l’idea di non aver bisogno dell’aiuto di Dio, nell’idea che con i soldi io possa comprare tutto anche la mia salvezza.

Per questo da sempre la Chiesa predica la povertà dei cristiani, perché possano scorgere con più lucidità la venuta tra loro del Salvatore. Di questa tentazione gli uomini di Chiesa hanno fatto esperienza sin da subito. Se si pensa alla scelta dei dodici da parte di Gesù, sembra quasi che il Signore non riesca a percepire il rischio nell’assoldare tale “plebaglia”. Uno lo tradirà, un altro lo rinnegherà, nel momento del bisogno solo il giovanissimo Giovanni gli rimarrà al fianco. Gesù sceglie dodici persone normali, dodici peccatori come lo siamo tutti e a loro affida la missione più grande, quella di annunciare la sua Parola di Salvezza. Gesù sa di che pasta siamo fatti e sa che tutti, pure i vescovi e i sacerdoti, sono uomini inclini al peccato e al fascino del potere e del denaro. Nonostante ciò non rinuncia a instaurare il suo dialogo d’amore con noi. Non rinuncia perché sa che ognuno può rialzarsi nonostante le cadute, sa che non esistono “pietre” perfette su cui poggiare la sua Chiesa. Sa che, seppur fatta di legni storti, la Sua Chiesa è Santa ed è la strada principale che conduce a Lui.

fonte: Libertà e Persona – quotidiano online di cultura e attualità – 19/11/15

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Un pensiero su ““Cristiani ricchi pretendono che la Chiesa sia povera.”

  1. L’ha ribloggato su Luca Zacchi, energia in relazionee ha commentato:
    Proponiamo un buon articolo che analizza acutamente la questione del rapporto, spinoso, tra denaro e Chiesa. Possedere, guadagnare e spendere denaro non è peccato se non viene meno la dipendenza dall’amore di Dio e dalla Sua infinita Misericordia.

    A ispirare coraggiosamente il giornalista, un’affermazione del gran cardinale Giacomo Biffi, scomparso quattro mesi fa.

    “Se si vuole ben comprendere, fuori dalle letture economiciste figlie della modernità e di filosofie decisamente avverse al Cristianesimo, l’autentico significato della povertà evangelica non si può pensare esclusivamente alla quantità di zeri presenti in un conto corrente. Gesù fa riferimento più volte al fatto che la ricchezza distoglie l’uomo dal Regno di Dio. Ma cosa intende? La ricchezza di cui ci parlano i Vangeli non è quasi mai una ricchezza materiale. Gesù mostra come la vera ricchezza sia principalmente l’idea, figlia del peccato originale, di autosalvazione, ovvero l’idea che in fondo Dio non sia necessario alla mia vita e alla mia salvezza. Io non ho bisogno di essere salvato ma di salvarmi.

    Questa è la ricchezza che impedisce al “ricco” di entrare nel Regno dei Cieli. Di contro, la vera povertà è rappresentata dal sentirsi bisognosi dell’amore di Dio e della sua infinita Misericordia. Sono quei “poveri in spirito” cui Gesù promette la ricompensa più grande.”

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