Gruppo d’ascolto (Lc 16, 19-31): Lazzaro e il ricco (2)

Ricco-e-poveroLuca. Il grande Luca. Lucio di Antiochia è l’evangelista che più ci somiglia. Pagano. Non ha mai visto Gesù (come noi). Viene evangelizzato e convertito da uno che non ha mai visto Gesù (come noi): un tale Paolo di Tarso (mica cotiche). Che lo prende con sè e lo conduce a raccontare il Messia a mezzo Mediterraneo.

Eppure Luca non è uno sprovveduto. Non è uno che si fa abbindolare. Anzi, si tratta di un notabile, di una persona istruita. La tradizione ce lo consegna come un medico. Diverse sono le fonti a conferma di questa tesi: una lettera di Paolo (Col 4, 14); la descrizione precisa di un fenomeno medico oggi meno misterioso: l’ematoidrosi, ovvero il secernere dalla pelle grumi di sangue a fronte di una grandissima angoscia (Lc 22, 44); una omissione: copiando l’episodio dell’emorroissa raccontato da Marco (Mc  5, 25-34;  Lc 8, 43-47), Luca “salta” il fatto che molti medici non l’avevano guarita. A protezione (probabilmente) della categoria.

Dante Alighieri lo definisce “scirba mansuaetudinis Christi”, lo scrittore della misericordia di Cristo. Perchè il vangelo di Luca è tutto un fiorire di misericordia, di riconciliazione, di perdono. Perfino la sua Passione assume i contorni di uno “spettacolo” (Lc 23, 48). A questo greco, culturalmente abituato a dèi che amplificavano in peggio i difetti degli uomini, deve essere sembrato straordinario questo Dio tre volte “kadosh”, tre volte santo, cioè così libero e distante dagli umani limiti e confini. Un Dio di frontiera, la cui ultima parola è sempre il perdono e non la condanna, l’amore per la propria creatura e non il pregiudizio edificato sul peccato.

LA PARABOLA DI LAZZARO E IL RICCO: IL CONTESTO

La parabola che leggiamo questa sera si trova al capitolo 16. Qualche pagina prima Luca fissa estasiato i canoni della misericordia cristiana: la pecorella smarrita e, somma pietra di paragone, il Padre misericordioso.

La ricchezza di un padre che accetta di perdere il proprio figlio; che lo attende, lo accoglie gli ridona dignità e gli permette di sbagliare di nuovo. La povertà di due figli che continuano a non comprendere il Padre. Uno perchè lo vede come un ostacolo alla propria realizzazione. L’altro perchè prigioniero del suo status di “bravo ragazzo”.

Ricchezza, povertà. Argomento interessante, categorie che scuotono gli animi oggi come duemila anni fa.

Allora al capitolo 16 Luca torna sull’argomento. Perchè oggi come allora chi ascolta ha la scorza dura e la convinzione di possedere già tutte le risposte.

Così l’evangelista colloca qui il racconto dell’abile amministratore. Ovvero un uomo che, tacciato di esser un ladro, si ingegna per trovare una soluzione, accetta di perdere parte della propria ricchezza pur di sopravvivere alle ire del proprio padrone. Bene, bravo. Il notabile della parabola ha capito (suo malgrado) che la ricchezza è un mezzo e non un fine. E come mezzo deve essere utilizzato per ragginugere la salvezza. Qualunque cosa quest’ultimo termine voglia dire per ognuno di noi.

Nei detti successivi riportati da Luca, Gesù approfondisce questo tema. “Chi è fedele nel poco è fedele anche nel molto. Chi è disonesto nel poco è disonesto anche nel molto. Se dunque non siete stati fedeli nella iniqua ricchezza, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?”

Grande Gesù! Il Maestro non ce l’ha certo con i ricchi. A scanso di equivoci è meglio ricordare che il rabbi nazareno mangiava insieme a Simone il fariseo, a Zaccheo il pubblicano, riceveva regolarmente capi dei Giudei (Nicodemo), aveva tra le proprie fan donne ricche che lo sostenevano e che ha ricevuto in dono la tomba da un potente come Giuseppe di Arimatea.

No, Dio non fa questioni di conti in banca. Qui come in tutta la Bibbia viene ripetuta la stessa lezione: la ricchezza è dono di Dio; la povertà però è colpa del ricco. Che non condivide e ridistribuisce quanto ha ricevuto. E poi, che la ricchezza è ingannevole, non è in grado di mantenere ciò che promette (la salvezza, appunto). E’ fondamentale tenere presente questo punto di vista prima di affrontare la parabola che segue.

STORIA DI UN RICCO E DI UN PITOCCO

“C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente.”

La descrizione di Luca è, come suo solito, iperbolica. Luca, Luca, cosa dici? Uno che veste di porpora e bisso non è solo ricco. E’ un re! La porpora era il tessuto più prezioso, il colore dell’imperatore. E il bisso! Gli studiosi moderni si dividono in chi lo ritiene un lino di eccelsa qualità e in chi lo considera un tessuto ricavato da sottilissimi fili di seta naturale secreti da alcuni molluschi. In più Luca specifica che per quest’uomo era cosa quotidiana banchettare lautamente, cosa che persino i re si permettevano solo saltuariamente.

Insomma, è bastata una frase per inquadrare uno dei protagonisti del racconto: un uomo dotato di una ricchezza immensa. E quindi di una immensa sicurezza.

“Un povero di nome Lazzaro stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.”

Caso unico in tutto il Nuovo Testamento, il protagonista di questa parabola ha un nome. E che nome! Lazzaro o Eleazaro, ovvero “Dio aiuta”. Un programma, più che un nome. E il termine greco utilizzato da Luca tradotto come “povero” indica meglio il “pitocco”, l’indigente. Colui che non ha nulla e che confida nell’aiuto del Signore. Cominciamo a capire che Luca confronta non due diversi stati sociali, bensì diversi stati del cuore. Il primo già pieno e soddisfatto. Il secondo vuoto, in attesa.

Però, che fitta al cuore! Gesù conosce il povero per nome, mentre il ricco rimane un contorno vacuo e fumoso nel suo anonimato. Non è una scelta del Signore. Il povero non possiede che Dio e a Lui si raccomanda ogni momento. A rischio di diventare importuno. Il ricco, invece,  è un sedicente amico che ormai non telefona più da parecchio tempo. Non ha bisogno. E via via di lui svanisce anche il ricordo.

Un ulteriore tassello: questo povero abita la porta del ricco. La sua soglia. Il luogo di passaggio giornaliero. Ogni giorno il ricco transita di fianco a Lazzaro, scorge la sua indigenza e sceglie di lasciarla tale.

“Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe”, per dargli sollievo.  Abbiamo qui un parallelismo con la parabola del Samaritano. Il cane è per gli ebrei un animale odioso e spregevole. Qui i cani vedono e hanno compassione del povero, così come in Lc 10 quel cane di Samaria ha avuto compassione dell’uomo trovato per strada mezzo morto. Qui chi prosegue oltre è il ricco, là sono un sacerdote e un levita. Scopriremo tra poco che molto accomuna questi tre personaggi.

Potremmo anche sottolineare quanto sia diverso questo ricco dal Padre misericordioso. Anche quest’utlimo sicuramente agiato, ma attento a chi aveva attorno a sè: tutti i suoi “salariati” erano sfamati, tanto da suscitare le invidie del secondogenito.

“Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto.”

“A morte ‘o ssaje ched’è?…è una livella. ‘Nu rre,’nu maggistrato,’nu grand’ommo, trasenno stu canciello ha fatt’o punto c’ha perzo tutto,’a vita e pure ‘o nomme: tu nu t’hè fatto ancora chistu cunto?” (Totò)

La morte. “A livella”, come suggeriva un cinico Totò. Ma qui il grande Antonio de Curtis è in fallo: chi crede in Dio non smarrisce nè il nome, nè la vita. Dio non dimentica l’identità dei propri amici e ne preserva la vita. Anzi, li vuole con sè nella Sua eternità. La locuzione “accanto ad Abramo” traduce per la CEI 2008 la perifrasi ebraica altrove tradotta con “nel seno di Abramo” o ancora “giace con i suoi padri”. Rappresenta nella cultura ebraica la partecipazione al banchetto messianico. Il compimento di una vita nell’aldilà: rimanere accanto a chi è vicino a Dio. Per poter godere a propria volta dell’estasi del Creatore.

Lazzaro è quindi nella Gloria, il ricco invece abita gli inferi, ovvero il mondo sotto terra. Là dove è tenebra eterna. Lontano da Dio, dimentico di Lui. Come nella vita terrena. Ancora una volta, non un giudizio bensì la continuazione di una scelta.

INTERMEZZO: LO SHEOL

Nella tradizione ebraica il morto (buono o cattivo che fosse) scendeva nello Sheol, ovvero una landa desolata dove regnava il silenzio e l’oblio. Dove non si levavano canti nemmeno per lodare il Signore (Sal 6,6). Lo Sheol è il luogo dal quale Saul richiama Samuele attraverso la Pitonessa, scatenando le ire del profeta defunto.

Ma ai tempi di Gesù il pensiero sull’aldilà aveva fatto progressi: si pensava generalmente che i giusti aspettassero in pace la risurrezione (cfr Dn 12,3: Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna.  I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre.)

Si diceva dunque che i giusti fossero in “paradiso” (cfr Lc 23, 43) o nel “giardino di Eden” e che i cattivi subissero il castigo eterno (paragonandolo al fuoco della valle della Geenna, l’immondezzaio di Gerusalemme)

IL RICCO, ABRAMO E LAZZARO

“Stando nell’inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura.”

Colpiscono due cose: anzitutto il ricco conosce Lazzaro. Lo conosce per nome. Sa chi è. Lazzaro dunque non era così invisibile in vita. Ancora una volta, è chiara la scelta che il ricco ha operato nell’aldiqua: non occuparsi del povero che giaceva fuori dall’uscio di casa sua.

In secondo luogo, il ricco pensa ancora di disporre dell’indigente esattamente come avrebbe fatto in vita, come se nulla fosse cambiato. Il ricco è completamente chiuso in sè. Non si rende conto di cosa sia successo. Non muta atteggiamento. Non c’è conversione qui. Il primo pensiero del ricco è rivolto (come è uso fare) su di sè. Vuole migliorare la propria condizione. Quindi pensa di accordarsi con un altro potente di pari rango (Abramo) circa l’utilizzo di un servitore.

“Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può attraversare fino a noi.”

La risposta di Abramo è a metà tra lo sprezzante e l’ironico. Mi piace pensarlo mentre guarda verso il basso allargando braccia e labbra dicendo: “vedi, da qui Lazzaro non può venire dove sei tu”.

Quell’abisso rappresenta la vera discriminante. Lazzaro non è salvato perchè ha patito, intendiamoci. E il ricco non è condannato perchè ha goduto. Dio non ama la sofferenza. E non la premia. Tra i due vi è invece un abisso spirituale che la ricchezza ha contribuito ad allargare. Il povero, abbiamo detto, non aveva che Dio e confidava nel suo aiuto. Il ricco, invece, era talmente sicuro nel suo agio che ha dimenticato il mondo intorno a sè e chi quell’agio gli ha donato.

“E quegli replicò: Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento.”

Se il primo pensiero del ricco riguarda se stesso, il secondo coinvolge la propria ristretta cerchia di familiari, amici, conoscenti. Non c’è apertura verso il prossimo. Tutta la vita di quest’uomo si svolge tra quattro comode mura. La mente e il cuore sembrano atrofizzati. Si tratta di un uomo la cui ricchezza ha privato di orizzonti, ha spento gli occhi, ha turato gli orecchi.

Ecco, il nocciolo della parabola è tutto qui. La ricchezza illude, seduce. Perchè fornisce garanzie. Che si rivelano avere fondamenta di argilla. L’unica e vera ricchezza è Dio. E questa ricchezza sì che è fedele alle proprie promesse.

Attualizziamo questo pensiero. Perchè vorremmo essere ricchi? Perchè ci sentiremmo al sicuro. Potremmo dormire sonni tranquilli, non avere il timore del domani. Potremmo essere certi di garantire un futuro a noi e ai nostri figli. Potremmo anche toglierci qualche soddisfazione. Ricompensare chi lo merita. Mia moglie si potrebbe finalmente comprare quella cosa che sogna e che merita. Mio figlio potrebbe studiare all’estero. Potrei aiutare mia figlia a sposarsi. Potrei donare un po’ di soldi a quell’associazione che mi sta a cuore.

Ecco, vedete? La ricchezza promette di metterci al riparo da ogni cosa. Quando Dio solo può farlo.

“Israele confida nel Signore, egli è loro aiuto e loro scudo” (Sal 115) “Sii tu il mio aiuto e sarò salvo (Sal 119).

La ricchezza è l’idolo del salmo 115 (gli idoli delle genti sono argento e oro, opera delle mani dell’uomo). Corrompe la fede nel Signore. Ci anestetizza circondandoci di cuscini. Offre una quiete che ci distoglie, ci separa dalla realtà.

E non si tratta solo del denaro. Ogni ricchezza è potenzialmente pericolosa. La famiglia, ad esempio, può diventare una ricchezza che separa e che rintana nelle comode mura casalinghe. Il lavoro è una ricchezza che rischia di risucchiare tutto il tempo di ri-creazione. Lo status quo, l’etichetta che portiamo e che ci siamo creati, può definire una realtà comoda da cui sia difficile staccarci (il levita, il sacerdote, come il dottore o l’ingegnere o il medico o il prete o il secchione o l’arrogante o il sant’uomo o l’iracondo). La compagnia di amici può rivelarsi il luogo più asfittico ed endogamico del pianeta.

Insomma, tutto ciò che ci rende tranquilli, comodi, rilassati, tutto ciò che spegne la nostra sete e la nostra inquietudine, tutto ciò che ci rende più miope la vista e attutisce i suoni esterni, tutto ciò che ci suggerisce di non camminare, di non cambiare, di non sperimentare, di non convertirci, rappresenta un diabolico patrimonio.

Questa è la ricchezza da cui fuggire: la tranquillità dell’anima che non si fonda in Dio. Come quel pazzo di cui Luca narra al capitolo 12: “La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto. Egli ragionava tra sé: Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti?  E disse: Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio” (Lc 12, 16-21)

Ogni ricchezza è dono di Dio. E ogni ricchezza è una zavorra che mi tiene a terra. Che mi impedisce di spiccare un volo definitivo. Che lo voglia o no. Per questo il salto ultimo alla sequela del Cristo è rappresentato dall’invito al giovane ricco (appunto): va, vendi tutto ciò che hai e seguimi.

Fly down. E’ difficile spingersi così oltre. Occorre essere consapevoli e trovare un equilibrio tra ricchezza e inquietudine.

“Ma Abramo rispose: Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro.  E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno. Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi”.

Voilà, ultima stoccata. Dio, nella storia di salvezza narrata nella Bibbia fino a Gesù, ha detto e dato tutto. Non abbiamo bisogno di altro. Nemmeno delle apparizioni. Di madonne o santi. Nessun fenomeno straordinario, nessuna rivelazione privata, nessuna statua sanguinante, nessun veggente ci potrà convincere. La fede, volenti o nolenti, va riposta in questo Dio invisibile e improbabile. Così folle da credersi più appagante di una passione erotica bruciante, più saziante dell’amore verso un figlio, più coinvolgente di una amicizia fraterna.

Nè una incarnazione divina, nè una Resurrezione hanno convertito il mondo. La fede non può essere evidente, altrimenti non sarebbe fede. Altrimenti non sarebbe libertà.Non sarebbe quel tesoro immenso nascosto in un campo. Che una volta trovato, però, vale tutti i nostri risparmi. Non sarà un miracolo a convertirci. Ma sempre e solo una nostra scelta personale. La nostra personale risposta a una chiamata insistente. Con buona pace di Medjugorje e di San Giovanni Rotondo.

 

PER LA RIFLESSIONE

  • Di quali ricchezze sono ricolmo? Da quali oasi di tranquillità devo fuggire?
  • Chi è il povero alla mia porta?

PER LA PREGHIERA

Signore, rendimi abbastanza ricco da non bestemmiarti, ma non così tanto da far sì che mi dimentichi di Te.

(preghiera ebraica)

 

Gabriele Guzzetti

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3 pensieri su “Gruppo d’ascolto (Lc 16, 19-31): Lazzaro e il ricco (2)

  1. Ecco, copiati come ce li ha consegnati, gli appunti di don Fabio Coppini a sostegno dell’incontro del Gruppo:

    Lc. 16, 19-31 Ricco epulone e povero Lazzaro

    Già in Lc. 14 troviamo degli amanti del denaro.

    versetti 19-25
    Magnificat Lc. 1,53
    Beatitudini Lc. 6,20-26

    versetti 27-31
    I 5 fratelli

    La giovane Chiesa è un po’ in polemica con i Giudei.
    L’unica parabola dove c’è un nome: Lazzaro= ha un’identità presso Dio
    (il povero, non il ricco che è il protagonista)

    Il problema non è la ricchezza ma la sua amministrazione. Non è questione di immoralità (bisso o feste).
    DOMANDA: “Anche i ricchi possono salvarsi?” (Gianna Beretta Molla)
    La logica è che chi è indifferente a Dio lo è anche alle persone.

    1. Il povero per la sua pelle ricorda Giobbe (2,7). Commuove la sua condizione (Lc. 6,20: povero quindi beato).
    2. Desiderava sfamarsi (il pane che serviva per pulirsi le mani era gettato ai cani).
    3. Lazzaro diventa ammonitore.

    Mosè deve essere letto alla presenza di Cristo, oggi della Chiesa.

    Se l’amore incondizionato di Dio non incontra un cuore aperto neanche la Resurrezione verrà compresa.

    Ancora una volta: non sono le parole che cambiano la vita delle persone, è la testimonianza:

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  2. Ed ecco quelli che ci ha preparato Madre Donata Oggioni:

    Si tratta di una parabola: il suo scopo non è quello di descrivere la vita dopo la morte.

    All’inizio c’è un uomo senza nome, ricchissimo; vestiva come l’imperatore (porpora e bisso, tessuti rari e preziosi) e ogni giorno partecipa a sontuosi banchetti, cosa di solito rriservata a occasioni speciali. In netta contrapposizione un povero, vestito di piaghe (“dalle tue piaghe siamo stati guariti”) che soffre la fame alla porta del ricco: egli è addirittura un mendicante, uno che non solo manca di tutto ma non può nemmeno procurarselo e ha un nome (caso unico in tutte le parabole ) Lazzaro = dio aiuta. Il ricco usa le molliche di pane per pulirsi le mani unte di grasso, come si usava, e poi le lascia cadere sotto la tavola. Il povero si sarebbe accontentato di quelle molliche ma nessuno si accorge di lui.

    La scena è assolutamente statica nella prima parte della parabola, mentre si anima nella seconda. La morte accomuna i due personaggi nell’unico destino e segna il ribaltamento delle loro sorti. Il povero affamato ora è nella pace, il ricco tra i tormenti desidera una goccia d’acqua. Perché?

    I dialoghi ci permettono di capire che il ricco conosceva Lazzaro, quindi per scelta non si era mai occupato di lui! (IL NOCCIOLO DELLA PARABOLA). (IL MALE E’ NELL’INDIFFERENZA).

    Abramo dice che le sorti dei due sono state capovolte da Dio, senza motivo. Nei versetti precedenti Luca ha parlato del giusto uso del denaro per soccorrere i poveri e della relatività dei beni materiali: non è secondo Dio che un ricco viva nel lusso senza tendere la mono al povero. La causa della condanna del ricco della parabola è stata la sua scelta di rimanere indifferente di fronte all’indigenza di Lazzaro. Non è la ricchezza in sé che viena condannata bensì l’insensibilità che essa produce. Lazzaro è nella pace perché, in quanto povero, è oggetto della predilezione di Dio.(In tutta la Bibbia c’è che “ha guardato all’umiltà della sua serva”)

    La parabola affonda le sue radici nella saggezza d’Israele: nel libro della Sapienza si legge una lunga descrizione in due quadri contrapposti, dapprima i furbi che approfittano dei poveri e degli onesti poi il capovolgimento delle sorti con il giudizio di Dio. Ma c’è una differnza importante: nel libro della Sapienza si parla di gaudenti che sono empi e che opprimono il povero, nella parabola invece si parla soltanto di ricchezza. Ecco perché la parabola è molto più severa. Il ricco non è condannato perché violento e oppressore, ma semplicemente perché ha vissuto da ricco ignorando il povero. Il vivere da ricchi rende ciechi.

    La risposta di Abramo rivela che l’ascolto obbediente delle Scritture è la via per comprendere la volontà di Dio e quindi per raggiungere la Salvezza. La richiesta del ricco non viene accettata perché una manifestazione straordinaria toglierebbe alla conversione il carattere di libera adesione alla volontà di Dio.

    La parabola offre ai lettori ciò che Abramo non ha concesso come un salutare avvertimento. Inoltre quanto Abramo rifiuta di fare Dio lo ha fatto in Gesù.

    Come spiegare l’apparente contraddizione tra l’atteggiamento del padre della parabola del figlio prodigo e la severità dimostrata nei confronti del ricco?

    La scoperta dell’infinita misericordia del Padre non può che diventare attenzione ai poveri, altrimenti è vuota retorica. Occorre abbandonare la propria logica per abbracciare quella del padre che è tutta improntata alla gratuità del dono.

    Vedi: Sapienza 2, 5-11 e 5, 1-ss. Deuteronomio 24,14-15

    Esodo 22, 21-26 Giacomo 1,27 e 2,13

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  3. “In secondo luogo il precetto del Signore non ordina di evitare i beni e di fuggirli come cose cattive, ma di amministrarli. E colui che si condanna non lo fa assolutamente per il fatto medesimo di possederli, ma perché, interpretando male il proprio possesso, non ne fece un uso buono.”

    da Basilio di Cesarea

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