Nunziante, regista di Zalone: “Ho scoperto la fede e la pietà di Dio”.

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Intervista resa inaspettatamente col “cuore in mano” da un uomo di successo. Eppure spudoratamente umile e vero. Da conoscere:

«L’ultimo film di Checco Zalone merita un incasso di oltre 63 milioni di euro? No, onestamente non lo merita, non è un capolavoro però è una commedia divertente, originale, sa pungere i vizi tipicamente italiani. Bello anche il messaggio di “Quo Vado?”, certamente controcorrente: ci lamentiamo spesso, e giustamente, del malcostume italiano ma meglio questo che la disumanità, lo scollamento familiare e sociale che si vive molti Paesi che ci hanno imposto come riferimenti. Il ragazzo interpretato da Zalone prova anche a tentare di adeguarsi alla perfetta sterilità della società nordeuropea, ma si ritrova depresso e svuotato. Come coloro che lì abitano.

Molti hanno notato nel film -in quasi tutti i film di Zalone- diversi e positivi riferimenti alla fede cattolica, ben diversi dalle ingiuste caricature di sacerdoti e religiosi presenti in altre pellicole. E’ stata una felice scoperta conoscere la storia del regista di “Quo Vado” (e di tutti gli altri film del comico barese), Gennaro Nunziante. Lontano dalle ospitate televisive, ha raccontato la sua esperienza al settimanale Credere (ripresa da Aleteia). «Da giovane ho frequentato un oratorio salesiano: qui ho conosciuto un prete che mi ha fatto leggere alcuni libri di cinema e portato a vedere dei film. Però la fede non è arrivata in quegli anni: all’epoca la mia era più che altro partecipazione a dei rituali. La conversione vera è arrivata in età adulta, attraverso un percorso di grande dolore: mi sono reso conto che volevo avere tutto ma che, al contempo, tutto era niente. Iniziai a percepire dentro di me un’inquietudine a cui non sapevo dare risposta».

Poi, ha prosegue Nunziante, «di colpo ho cominciato a intuire cosa mi ero perso per strada. Il mio è stato un percorso molto semplice basato, più che sulla meditazione di testi teologici, sull’osservazione della vita alla luce della fede. Ho iniziato così a fare un lavoro dentro di me, stando però molto attento a un concetto: spesso noi cattolici commettiamo l’errore di vantare una maggiore conoscenza presunta della vita. Una superiorità che sinceramente non so nemmeno dove sia di casa: io mi sento un ipocrita che si alza la mattina e chiede pietà di sé al Signore per la pochezza d’uomo che sono». Nessun cinismo nei suoi film, tipico invece di molte pellicole di comicità (sopratutto francesi): «Per anni un certo cinema pseudo autoriale ci ha raccontato storie di amarezza e aridità. Io provengo da una famiglia povera e ho conosciuto il mondo dell’amarezza ma le assicuro che il finale è lieto perché il dolore ti segnala che devi cambiare qualcosa nella tua vita. La nullità dell’uomo, questo suo essere niente, è rivelazione di Dio e il cinema dovrebbe avere l’umiltà di inchinarsi davanti alla pochezza umana».

Il messaggio dei suoi film è un abbraccio, un «”possiamo migliorare e cambiare insieme”. Perché è così che sono stato accolto quando sbagliavo: pur facendomi notare l’errore, qualcuno mi ha sempre teso una mano e aiutato ad andare avanti. E in fondo è questo il grande richiamo di Papa Francesco quando parla della Chiesa come un ospedale da campo. So di non avere l’appeal del cineasta impegnato, ma non mi interessa perché non mi rappresenterebbe. Io sono figlio di una comunità fatta di amici, solidarietà e accoglienza: così sono cresciuto e così considero la vita, e pazienza se qualcuno mi taccerà di buonismo».

Parole, riflessioni ed esperienza che nessuno si aspetterebbe dal regista che ha portato al successo Checco Zalone. Un buon motivo per guardare (o ri-guardare) Quo Vado?, andando oltre alle quattro risate.»

fonte: uccr – 1/02/16

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