Vivere l’ospitalità come assoluto.

 La nostra Lidia ci “passa” ancora un articolo sull’attualità, ancora un “taglio” originale, come piace a Lei. E a noi:

“Per capire il giusto atteggiamento verso il problema migranti partendo dalle nostre radici”.

di Vincenzo Costa

I recenti fatti di Colonia e l’espandersi della minaccia terroristica stanno acuendo il senso di insicurezza in Europa. Naturalmente, delle esigenze di sicurezza sarebbe irresponsabile non tenere conto.

E tuttavia, rispetto ai criteri da adottare si sta creando una pericolosa confusione, poiché sembra che la sicurezza possa essere garantita solo a scapito della giustizia. Capita ormai di sentire capi di Stato e politici affermare che bisogna garantire l’ingresso in Europa solo ad immigrati «omogenei con la nostra cultura». In maniera strisciante, si afferma così un principio ideale che dovrebbe guidare il legislatore: il criterio di un’ospitalità condizionata.

In questo modo, per proteggere la nostra identità stiamo rischiando di essere proprio noi a distruggerla, costruendo un’Europa senza memoria delle sue radici, che non comprende più se stessa perché non comprende come la nozione di ospitalità sia istitutiva del suo modo di vivere. Così, insegnando che cosa significa vivere da uomini e da Europei, quando accoglie Ulisse senza riconoscerlo perché questi si era presentato come un vecchio straccione straniero, Eumeo osserva: «Straniero, la giustizia non mi permette, venga pur uno più malconcio di te, di trattar male un ospite: tutti da parte di Zeus vengono gli ospiti e i poveri». L’ospitalità emerge qui come una regola di giustizia mancando la quale verrebbe meno l’uomo, poiché uomo è colui che nello straniero riconosce un altro uomo, cioè un simile, e non un estraneo. In maniera analoga, nella tradizione ebraico-cristiana emerge l’idea, per esempio nel Deuteronomio, che il Dio «che non usa parzialità e non accetta regali, rende giustizia all’orfano e alla vedova, ama il forestiero e gli dà pane e vestito. Amate dunque il forestiero, perché anche voi foste forestieri nel paese d’Egitto». Pertanto, attraverso l’esperienza dello straniero viene soppressa l’esperienza dell’estraneo, e si fa avanti quella del simile, del prossimo, e dunque l’idea dell’unità del genere umano e di una giustizia che è eguale per tutti, poiché, leggiamo in Numeri, «come voi sarà trattato lo straniero davanti al Signore». Si capisce allora la posta in gioco: questa, prima che giuridica e culturale, è antropologica. La coscienza dell’unità del genere umano non è immediata, né ovvia, e rischia di essere persa continuamente attraverso costruzioni identitarie che, di fatto, trasformano lo straniero in un estraneo. La regressione della nostra coscienza (giuridica, politica e religiosa) di occidentali ha allora luogo quando nello straniero invece di esperire il simile esperiamo l’estraneo. Di qui l’esigenza di un’ospitalità assoluta. Questa esige che io apra la mia dimora e la offra non soltanto allo straniero che la pensa come me, ma all’altro assoluto, sconosciuto, anonimo, che mi è simile prima di ogni somiglianza.

E tuttavia, se da una parte l’ospitalità deve essere incondizionata, dall’altra l’ospitalità pura e senza condizioni può pervertirsi nel suo opposto, poiché colui che viene accolto senza condizioni può essere un violentatore, un assassino, può portare disordine nella casa che lo accoglie. Pertanto, se da un lato non si possono porre condizioni (etniche o religiose) all’ospitalità, dall’altro il principio deve essere applicato in modo che la casa ospitale dove tutti dimoriamo non venga distrutta da chi proprio l’ospitalità rifiuta e vuole rendere impossibile. Il principio dell’ospitalità incondizionata richiede allora di distinguere tra chi cerca rifugio nella casa, e deve essere accolto prima di conoscere le sue generalità e il suo credo, e chi si infiltra nella casa per distruggerla. Il dovere di essere ospitali richiede che, per proteggere gli ospiti, si contrasti colui che vorrebbe fare distruggere la casa dove si ospita lo straniero. Per questo, l’idea dell’ospitalità incondizionata è un polo ideale che deve guidare una politica capace di mediarla storicamente e di fare in modo che l’ospitalità concreta sia la migliore possibile.

Di qui il senso di una politica alta. Questa, in quanto arte della mediazione storica, consiste nell’inventare, in situazioni concrete e specifiche, un gesto ospitale che eccede una certa ospitalità condizionata, che la allarga. In questo senso, una politica dell’ospitalità incondizionata caratterizzerebbe una agire politico responsabile, guidato da idee e capace di mediare tra le esigenze, solo apparentemente opposte, di giustizia e di sicurezza.

fonte: Avvenire 3 febbraio 2016

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