Educare gli adulti per dare fiato alla pedagogia svilita.

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«Prepariamo alla vita i nostri bambini partendo magari dalla educazione di chi dovrebbe educare»: è il commento di Lidia all’articolo che grazie a Lei pubblichiamo oggi.

di Goffredo Fofi

Nell’editoria di questi anni abbondano i libri sull’educazione dell’infanzia, più specificamente i manuali di buon comportamento nei confronti dei propri figli. Consigli su consigli di psicologi (loro soprattutto!) e giornalisti, pediatri e preti, mamme eccellenti e papà al seguito… e affini e collaterali, avrebbe aggiunto Totò. Se ne ricava che troppi si preoccupano di proteggere i bambini da tutti i possibili mali esclusi quelli del troppo amor familiare, e vi si raggiunge a volte una sorta di sadismo del controllo, di paura ossessiva della società fuori di casa. I bambini sono costretti a essere come noi li vorremmo e come li vuole il mercato. Circolano esasperanti manuali su come badare ai propri figli, con poche e lodevoli eccezioni. Interi settori delle librerie sono dedicate all’allevamento di bambine e bambini, ragazzine e ragazzini, mentre sono poveri di titoli di vera e propria pedagogia, scienza del come preparare alla vita le nuove generazioni. È perché la scuola conta sempre meno, anche se ha ancora milioni di educandi e migliaia di educatori? O perché i pedagogisti che ieri pensavano, magari utopisticamente, alla formazione di individui attivi e socialmente responsabili, si sono adeguati al progetto di un mondo vieppiù condizionato dai voleri del sistema di potere, quantomeno in occidente? (Ma non si direbbe che le cose vadano meglio altrove). In Italia è da tempo che nelle università invece che di educazione e pedagogia si è preferito parlare, per decreto politico, di ‘scienze della formazione’, evocando con la parola scienze qualcosa di assoluto e positivistico e con la parola formazione qualcosa di meccanico e costrittivo: ‘dar forma’ non ha lo stesso significato che ‘estrarre da’, ‘aiutare a’. Si spiega l’assenza di una pedagogia che guardi alle storture del presente e alla perdita della funzione emancipatrice della scuola pubblica se si considera una società dominata dall’economia, da un potere in mano a pochi che hanno i mezzi per condizionare i loro sudditi e le generazioni future. In attesa di una nuova pedagogia occorrerebbe anche puntare a una sorta di educazione degli adulti che si occupano di infanzia e adolescenza alla comprensione del mondo in cui siamo entrati.

fonte: Avvenire 11/3/2016

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