Lavorare per costruire la città celeste.

La nuova Gerusalemme in un arazzo francese del XIV secolo.
La nuova Gerusalemme in un arazzo francese del XIV secolo.

Gli articoli che Lidia si premura di selezionare per il nostro Bar, e non è impegno da poco, non sono mai banali. Quello di oggi ci propone uno sguardo particolarmente serio e sublime sul Lavoro. A noi piace ancora di più perché cita gli artigiani… Grazie Lidia!

JACQUES ELLUL

Per chi e perché lavoriamo? Se rimaniamo su un piano pragmatico, rispondere a questa domanda è sin troppo facile. Lavoriamo perché siamo obbligati, costretti. Perché lavoriamo? Perché non abbiamo alternative. E per chi lavoriamo? Se siamo persone oneste, per la famiglia e per i figli. Ma, di nuovo, potrei chiedere: perché lo facciamo? Alla fin fine per guadagnare di più e avere così la possibilità di consumare di più. Vorrei andare oltre l’abituale risposta cristiana a queste domande, e collocarmi con fermezza nella prospettiva dell’Apocalisse. Detto in altri termini, vorrei procedere a un ribaltamento di prospettiva. Normalmente il fine perseguito con il lavoro è chiaro: guadagnare e consumare di più. A questo obiettivo il cristianesimo aggiunge, da una parte, la valorizzazione del lavoro come virtù e come legge o comandamento di Dio e, dall’altra, la visione del lavoro come pena e punizione. Ritengo che nella Rivelazione biblica si possa trovare ben altro. Il testo biblico fa del lavoro una finalità e non un obbligo o una legge. Noi cristiani siamo rivolti a ciò che deve venire (Regno di Dio, Gerusalemme celeste), non siamo sottomessi alla dura costrizione della Legge. Siamo rivolti a una finalità ultima, che sta al di là delle realizzazioni temporali e storiche, immediate e sempre insoddisfacenti.
Noi dobbiamo (anche nel lavoro) guardare all’avvenire e non fissarci sul passato. Detto in altri termini, il lavoro non deve essere l’attività del condannato e carcerato ma la produzione di cose (valori) nuove che partecipano dell’avvenire. Ciò non significa dimenticare il passato, ma essere consapevoli che esso è stato oltrepassato […] Queste constatazioni le trovo nella parte finale dell’Apocalisse di Giovanni. Sul tema del lavoro è utile tener presente i versetti 18,22-24 (condanna di Babilonia): «Il suono dei musicisti, dei suonatori di cetra, di flauto e di tromba, non si udrà più in te; ogni artigiano di qualsiasi mestiere non si troverà più in te; il rumore della màcina non si udrà più in te; la luce della lampada non brillerà più in te, la voce dello sposo e della sposa non si udrà più in te. Perché i tuoi mercanti erano i grandi della terra e tutte le nazioni dalle tue droghe furono sedotte». […] Ricordiamoci sempre che la Città Nuova è un dono di Dio. «Essa scende dal cielo, da Dio» (Ap 21,2). È il tabernacolo del «Dio tra gli uomini». «Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli» (Ap 21,3). Questi sono i testi sui quali riflettere quando si vuole parlare di lavoro! Cominciamo con il prendere in considerazione la connotazione positiva data al lavoro nel giudizio pronunciato contro Babilonia. Uno degli elementi della condanna è che in Babilonia non sarà più possibile trovare la felicità e la bellezza del lavoro. È evidente che all’inizio si rimane in dubbio se la condanna, oltre a Babilonia, non coinvolga anche i musicisti, gli artigiani, etc. Ma ritengo che questa sia una lettura sbagliata, perché i suonatori di arpa, flauto e tromba, gli artigiani e gli operai sono enumerati insieme ad altri elementi indubbiamente positivi: la luce, la lampada, la voce dello sposo e della sposa. Su questo non ci possono essere dubbi. Il testo ci dice che la maledizione contro Babilonia comprende in sè anche l’impossibilità di scorgere nella grande città la felicità, la bellezza del lavoro, la creazione artistica ovvero il canto della mola al lavoro. In questa citazione il lavoro non è più presentato come una condanna o come una dura legge. Questi versetti sembrano fare allusione a un aspetto del tutto positivo: il lavoro è posto sullo stesso livello dell’incanto della vita, della pace e dell’amore. Il lavoro fa parte di quell’insieme di elementi positivi che caratterizzano e costituiscono la vita umana. Ma perché la condanna allora? Perché il lavoro come valore positivo e la felicità del lavoro sono allontanati da Babilonia? Perché in Babilonia l’essenza del lavoro è stata completamente stravolta. Il lavoro non è più l’espressione naturale della felicità dell’uomo, ma è diventato uno strumento di dominio, di forza, di corruzione e di seduzione. […] L’Apocalisse presenta la nuova Gerusalemme come discendente dal cielo e come dono gratuito. Così come il corpo corruttibile risuscita, tramite il giudizio, come corpo spirituale e glorioso, allo stesso modo la storia, le opere, il lavoro e i pensieri degli uomini risuscitano attraverso il giudizio nella sovrabbondanza assoluta di un’opera perfetta, precisamente come quella città a cui l’uomo ha teso lungo tutto il corso della sua storia, senza però giungere mai a realizzarla. Questo è il compimento della speranza e del lavoro dell’uomo. Ma la nuova creazione può realizzarsi solo se prima è esistita la creazione dell’uomo, così come a risuscitare è la persona realmente esistita. Se non è esistito un corpo, non è esistita nemmeno la persona e di conseguenza non può esserci risurrezione. Gli “spiriti” non risuscitano. In altri termini, se non ci fosse stata la storia, non ci sarebbe neppure l’eternità e la risurrezione. Allo stesso modo, senza l’opera storica dell’uomo, senza il lavoro dell’uomo, senza la produzione e la tecnica, non ci sarebbe la Gerusalemme celeste. È necessario l’apporto del lavoro umano affinché l’opera di Dio possa essere compiuta. Esattamente come per la moltiplicazione del pane e dei pesci: era stato necessario che i discepoli offrissero il poco che avevano. […] Per questo noi presentiamo a Dio le nostre povere invenzioni, spesso nefaste; la nostra tecnica, espressione del nostro desiderio di potere, il nostro miserabile e ripetitivo lavoro (svegliarsi, lavorare, dormire); i nostri sforzi per produrre una ricchezza disonesta; la nostra fatica e il sentimento della nostra inutilità; i nostri insolenti successi e le nostre grandiose opere; la perfezione della nostra arte (compresa l’arte della guerra e della tortura), etc… Tutto è assunto da Dio per essere trasfigurato attraverso la morte e il giudizio (così come la vita umana è stata interamente assunta da Gesù Cristo nell’incarnazione per essere trasfigurata). Perché e per chi lavoriamo? Per fornire a Dio gli elementi, le pietre, le idee, i materiali per costruire la Gerusalemme celeste, dove ogni cosa avrà il posto che gli spetta e il suo significato. È questa la promessa che sta di fronte a noi e senza la quale nulla avrebbe senso.

fonte: Avvenire 2/4/2016

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