Le religioni e le miopie dell’Occidente.

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E’ importante capire il ruolo della fede nella vita delle persone e quindi anche quanto religione e politica siano correlate in gran parte del mondo. Da Lidia.

FRANCO LA CECLA
Arrivando a Yangoon, in Birmania, sono andato a trovare un amico che dirige da un anno il Myanmar Times: uno scozzese, Guy Dinmore, che ha per anni guidato la redazione romana del Financial Times. Parlando della situazione birmana mi ha subito detto che il problema è che ci siamo sbagliati nel dare così poca attenzione negli ultimi decenni al peso che ha la religione nella vita delle persone. La storia recente del Myanmar non si capisce se non si tiene in conto di quanto per ogni cittadino della Birmania conti il buddismo. I militari stanno perdendo quota proprio perché hanno sparato sui monaci buddisti nelle manifestazioni del 1988. E percorrendo il Paese ci si accorge di come lo stesso atteggiamento di chiusura nei confronti delle minoranze musulmane non sia puro fanatismo, ma un rifiuto di una invasione da parte di milioni di indiani musulmani orchestrata dal colonialismo inglese per sottomettere i birmani. Come dire che non abbiamo capito quanto religione e politica siano intrinsecamente correlati, non nel senso banale in cui la sinistra interpreta la cosa – la politica che usa la religione –, ma nel senso più profondo e pericoloso del fatto che la religione è già politica. Durkheim direbbe che è un fatto sociale totale. Eppure anche nelle più recenti analisi del terrorismo islamico gli stessi antropologi fanno uno slalom di distinguo. Fabietti nel suo Medio Oriente. Uno sguardo antropologico (Cortina) dice che è azzardato pensare che l’Islam sia la matrice del Daesh (Isis n.d.r.) e che bisogna essere guardinghi. Sicuramente il Corano è talmente contraddittorio al suo interno che è facile fargli dire tutto e il contrario di tutto. Ma questo non c’entra con la fede. La fede è una passione spesso divorante, è la molla che fa accettare i sacrifici, la durezza della vita, i rovesci della fortuna e che si esprime in un’accettazione spesso travestita da destino, provvidenza, maktub o kismet. Jean Birbaum dice nel suo Silenzio religioso (Seuil) che la nostra miopia nei confronti della religione è infarcita di marxismo, ma soprattutto dalla secolarizzazione che da noi è avvenuta, la separazione tra le ragioni di Stato e quelle della Chiesa. Birbaum sostiene che bisogna tornare a una lettura liberata dalla nostra ottica, ormai abituata alla secolarizzazione. È quanto affermava Marcel Gauchet in La religione nella democrazia (Dedalo), sostenendo che la democrazia nasce proprio nella trasformazione della religione in qualcosa che diventa la società e l’economia, intese quasi come orizzonte di natura. È difficile al di fuori della storia dell’Occidente comprendere che non c’è democrazia possibile dove l’orizzonte religioso occupa tutta la scena. La secolarizzazione è stata possibile proprio perché il cristianesimo ha accettato o è stato costretto ad autolimitarsi. Si potrebbe dire che era insito nel «date a Cesare quel che è di Cesare», ma è vero che ci sono voluti secoli prima che il cristianesimo accettasse di non essere onnipervasivo. Nelle preoccupazioni di papa Francesco oggi mi sembra sia presente il pericolo che l’attuale situazione dell’Islam finisca per screditare qualunque tipo di fede e l’idea forte che delle religioni bisogna salvare l’afflato universale (qualcosa che non tutte le religioni hanno, peraltro). Oggi il gioco è molto complicato. Perché implica fare accettare a coloro che bussano alle porte dell’Europa proprio il salto che l’Europa e l’Occidente rappresentano, quell’avere rinunciato alla passione religiosa come passione politica. Sapendo che molti Paesi islamici oggi giocano invece al contrario, dalla Turchia all’Indonesia, sul tentativo di salvare la politica con la religione, facendo corrispondere l’identità nazionale all’identità religiosa. L’Occidente ha molte colpe in questa storia, ma sicuramente si bussa alle sue porte proprio perché ha rinunciato a identificare cittadinanza e appartenenza religiosa.

fonte: Avvenire aprile 2016

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