Il moderno dà forma all’antico.

Così rinasce la basilica paleocristiana di Siponto (di R. D'Agostino)
Così rinasce la basilica paleocristiana di Siponto (di R. D’Agostino)

L’opera di Tresoldi è un esempio di come valorizzare i beni culturali (Lidia).

LEONARDO SERVADIO

Come una forma senza materia: un simbolo, un segno. Una tela metallica intessuta con geometrica coerenza che, vista in trasparenza, spolvera contro il cielo azzurro un’evanescente immagine di archi e colonne, di timpani e travature. È l’opera dell’artista Edoardo Tresoldi inaugurata il 12 marzo sul parco archeologico dell’antica Siponto, e per dimensioni si confronta con la vicina basilica di S. Maria Maggiore. Luogo di rilevanza strategica e commerciale nell’ansa meridionale del Gargano, l’antica Siponto fu greca, sannita e romana. Dopo essere stata distrutta da un terremoto nel 1224, fu ricostruita da Manfredi di Svevia, erede dello spirito indomito e dell’impegno intellettuale di Federico II, prima ancora che del suo potere temporale, e da allora di quello assunse il nome. La nuova scultura si pone come landmark (punto di riferimento n.d.r.) volto a ricordare che l’attuale basilica, capolavoro del romanico pugliese non privo di influssi saraceni risalente al XII secolo, insiste sopra una precedente chiesa paleocristiana, a sua volta eretta su di un tempio pagano secondo quel non inconsueto stratificarsi di opere cui l’essere umano affida la sua devozione, ove ritiene che il luogo sia rivestito di sacralità. Il nuovo elemento artistico diviene quindi un segno che in altezza recupera, con presenza leggera, quanto resta solo come traccia di rudere disteso sulla terra smossa dagli scavi archeologici. Un fatto rilevante, da tempo infatti il Codice Urbani richiede non solo di conservare, ma di valorizzare i beni culturali e il paesaggio: e quest’opera richiede un quid di creatività in più, che va oltre la certosina dedizione dei conservatori. In questo appare significativa la decisione del segretariato regionale del ministero per i Beni culturali (Mibact) e della Soprintendenza archeologica della Puglia: si sceglie di aggiungere il nuovo sull’antico per rendere ben visibile quest’ultimo e offrire un’occasione per meditare sulla sua importanza come testimonianza viva, non come lettera morta.
La trama metallica ricalca un poco le forme della basilica: vi si ravvisano le colonne, con i pulvini allineati come accennando a un fascione orizzontale su cui si impostano gli archi. Sono elementi che hanno un valore simbolico e rappresentano una navata, a sua volta segno della basilica. La trasparenza dell’insieme ne fa un’immagine evanescente la cui presenza si pone come segno, non come luogo. Così, malgrado le dimensioni siano quelle di un’architettura, questo elemento scultoreo ha solo la forza evocativa. Fa pensare, ma non è inteso per ospitare. Evidenzia i ruderi altrimenti nascosti, e li proietta in alto, generando un rapporto diretto con la chiesa vicina: si costituisce come un ponte che media il passaggio cronologico dall’era paleocristiana a quella romanica, composto con tecnica attuale. Così che il presente diviene cerniera tra due epoche passate e testimonia il desiderio di conservare e rinnovare, senza incidere sull’esistente. In questo rappresenta un esempio di come la modernità può accompagnare l’antichità in modo rispettoso. Vi sono altri esempi di simili connubi tra l’antico e il moderno che indicano una strada per valorizzare quest’ultimo, aggiungendovi un punto di vista nuovo e tuttavia non straniante.
LoozGià alcuni anni fa (2012) vicino alla cittadina di Looz (Borgloon) nelle Fiandre orientali, due architetti e artisti belgi, Pieterjan Gijs e Arnout Van Vaerenbergh, avevano compiuto un’opera anch’essa basata sull’effetto delle trasparenze, chiamata Leggere tra le righe.
In quel caso si è trattato della ripresentazione del volume di una chiesa gotica con campanile centrale, alta una decina di metri e composta da lame di acciaio anticato disposte orizzontalmente: se l’osservatore si pone alla stessa quota di tale edificio-scultura, lo vede come un insieme di tratti evanescenti, attraverso i quali traguarda il paesaggio campestre e del vicino villaggio, raccolto attorno a una chiesa storica di simile forma. Se sta sul rilievo lì accanto, o comunque a una quota diversa, la vista non attraversa più l’insieme scultoreo e allora appare nitido il disegno della chiesa. Pur in assenza di resti archeologici, qui c’è un che di fantasmatico, che stimola l’attenzione e fa pensare, per esempio, a quanto sia familiare e importante nel paesaggio europeo la presenza di una chiesa, col suo caratteristico campanile. E, ancor prima (1999), due architetti norvegesi, Lund e Slaatto, avevano compiuto un’opera di simile Hamarrilevanza sui pochi resti archeologici della cattedrale di Hamar, città lacustre a nord di Oslo: un edificio composto da lastre di cristallo tenute da un’intelaiatura di acciaio che, ergendosi sul perimetro della basilica medievale, ne ripresentavano le dimensioni del volume, ma con disegno moderno. In questo modo gli scavi archeologici sono rimasti protetti mentre l’antico altare in pietra ha potuto tornare a essere officiato.
Ecco dunque che l’arte e l’architettura contemporanee, per quanto in genere siano intese come contrapposte alle antiche tradizioni, in realtà si dimostrano capaci di sposarsi all’antico, e compiere nuove continuità. Beninteso: purché siano accompagnate da sensibilità e buona volontà.

fonte: Avvenire 

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