Quell’abbraccio (preistorico) di madre.

mammaI resti fossili di 4800 anni fa di una mamma che stringe a sé il piccolo ci dicono ancora e sempre che cosa sia la maternità (Lidia).

Marina Corradi

Nell’inseguirsi affannoso di notizie sul web stamattina ne incrocio una che mi cattura: la foto dei resti fossili di uno scheletro trovato sepolto a Taiwan, nella regione del Taichung. Sono le ossa, affermano gli archeologi, di una giovane donna intorno ai vent’anni di età. La datazione con il carbonio dice che visse 4.800 anni fa. Ma la donna non è sola: stringe a sé i resti di un figlio piccolissimo, neonato. Ciò che ha destato la commozione di Chu Whei-lee, curatore dell’Anthropology Department al Taiwan National Museum of Natural Science, è stata la inclinazione del capo, chino sul figlio: «È ancora volta verso il bambino che ha in braccio», ha commentato l’archeologo. Come se la morte avesse colto la madre nell’atto di stringerlo a sé, o di allattarlo. Un abbraccio di 4.800 anni fa. 2.800 anni prima della nascita di Cristo. Prima di Abramo, prima di Davide e di Alessandro Magno. La Storia, le conquiste, le epiche battaglie, ancora ben al di là da venire. Oltre il confine del tempo immaginabile per noi: in un giorno che noi non riusciamo a pensare, tanto densa è l’oscurità del tempo, viveva una giovane donna. Le ossa, la statura, i denti testimoniano di una buona salute. Anche le proporzioni del piccolo fanno pensare a una normale maternità. Poi, un evento ignoto interviene a interrompere la breve vita dei due. Che cosa accadde? Una epidemia, una carestia, un’alluvione? Le ossa non portano segni di frattura. Non fu morte violenta, ma per malattia, o, magari, per fame. Forse la morte sopraggiunse dopo una lunga fuga, e l’atto di quei due stretti, abbracciati, è la stanchezza dopo uno stremante cammino, è l’istante del rifugio da una incalzante minaccia. Mi pare di immaginarli, madre e bambino, nella desolazione di una valle affamata, o in marcia verso terre non bruciate dalla siccità. Passi ostinati quelli della madre, tenaci, nella polvere. Vorrebbe a un certo punto magari, vinta dallo sfinimento, lasciarsi andare. Ma si rialza invece, con le ultime forze: per via di quel fagotto palpitante fra le braccia, che piange – ma sempre più piano. Lei non ha latte, il seno è prosciugato: il bambino si attacca vanamente. Infine, col buio la donna si accuccia in un giaciglio. È lì che la morte coglie i due, insieme, stretti, lei con lo sguardo sul bambino, lui rannicchiato, in un’estrema domanda di protezione. La morte cristallizza quell’istante. La Storia intera ancora di là da venire, ma quei due occhi di donna per sempre fissi sul proprio nato. Come una Madonna dei nostri pittori rinascimentali, china sul piccolo. Come un’impronta dal fondo remoto del tempo. Quasi a dirci cos’è una madre, e cosa un figlio, in questi nostri anni dimentichi e confusi. Maternità è una donna che fino all’ultimo tende il figlio alla vita: tenera e ostinata, e così straordinariamente forte – perfino oltre il mistero del tempo.

fonte: Avvenire 28/04/16

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