6. Officina: “Quanto è corretto il politicamente corretto?”

acero_foglie_verdi“Paraplegico non trombante”. Così viene definito dal Necchi (alias Renzo Montagnani) il conte Lello Mascetti (un indimenticabile Ugo Tognazzi) colpito da ictus e costretto su una sedia a rotelle nelle scene conclusive del mitico “Amici miei – atto II”.

In una sola fulminante battuta, ecco concentrata l’essenza del “Politically correct”: la sostituzione dei nomi che ha come fine la sostituzione della realtà e della verità. Perchè la realtà, essendo vera, non è nè politica nè corretta. William Bourroughs scriveva che la realtà è carne sanguinante sulla punta di una forchetta. Carne e sangue. Meglio edulcorarla, dopotutto.

Nella Genesi leggiamo “L’uomo impose nomi”. Tre parole. Una missione.

L’uomo è fatto per battezzare. Per dire il nome delle cose. Per fronteggiare l’universo e fare sintesi. Costringere tutto l’essere in un suono.

Siamo chiamati a conoscere e riconoscere, a discriminare, a identificare.
Siamo chiamati a dare dignità, a condurre il creato dal caos all’ordine.
Impugniamo una spada a doppio taglio: fendente o parata,  separiamo. Sì, sì. No, no.
Alla faccia di chi sostiene il grigio. Alla faccia di chi si maschera della complessità delle cose.
Schierati sempre. Dalla parte della realtà. Dalla parte della vita e della Verità.

Dare il nome è nelle mani dell’uomo. Nel bene e nel male. Ma è potenza, non onnipotenza.

“Stat rosa pristina nomine. Nuda nomina tenemus.”

La frase del monaco francese Bernard de Cluny, posta a sigillo e titolo del più famoso libro di Umberto Eco, rappresenta un monito: la realtà è irriducibile. Non basta un nome per cambiare l’essenza delle cose.

Nessuna parola renderà mai il profumo di una rosa, il colore dei suoi petali, la delicata e sconfinata bellezza del suo fragrante schiudersi.

La rosa è lì, nella sua verità, prima del nome, cari maestrini del niente che vi celate dietro al dito dei vostri nomi nudi e rachitici.

Il cuore delle cose non può essere stravolto a sinonimi. E’ indubbio però che la realtà sia sotto attacco.

O meglio, che la nostra percezione di essa sia costantemente bombardata, mistificata da martellanti campagne di persuasione. Che ci allontanano dall’essenza, dalla fonte dell’essere, dal profumo della rosa.

Siamo fatti di e per le parole. E’ diabolico utilizzarle per piegarci. Ma estremamente facile ed efficace. Logico.

Ecco che di parola in parola, di parafrasi in parafrasi, arriviamo a negare l’esistenza del maschile e del femminile, a batterci per la morte anzichè per la vita, ad adorare la schiavitù e non più la libertà.

Mi duole ammetterlo, ma siamo nel bel mezzo di una battaglia bastarda. Non atomica e nemmeno chimica. Cerebrale.

Un profetico Chesterton scriveva così nell’anno del Signore 1905:

“La grande marcia della distruzione intellettuale proseguirà. Tutto sarà negato. Tutto diventerà un credo. È una posizione ragionevole negare le pietre della strada; diventerà un dogma religioso riaffermarle. È una tesi razionale quella che ci vuole tutti immersi in un sogno; sarà una forma assennata di misticismo asserire che siamo tutti svegli. Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Noi ci ritroveremo a difendere non solo le incredibili virtù e l’incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile, questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l’erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto.”

Eravamo davanti ai suoi occhi. Quindi, amici miei, non state in casa a lucidare le spade. E’ già tardi. Fuori la battaglia impazza. Le foglie in estate sono davvero verdi.

Gabriele Guzzetti

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