Il dono nascosto nella nostra nebbia.

nebbia15Anche nel freddo e nel grigiore degli “inverni interiori” dovremmo riuscire a fidarci di più di Dio. Grazie Lidia. Solo un mio breve accenno alla nebbia. In vernacolo meneghino scighéranèbia, se particolarmente intensa: nébiun. Alcuni “dizionari” (liber del carisna, una sorta di Crusca Milanese) danno la scighera come nebbiolina leggera, altri come la più intensa: “Se ved no ‘na man davanti” (Non si vede nulla a una spanna di distanza).                  Un articolo, l’ennesimo, di grandissima poesia della nostra Marina. E dedicato, per tanti motivi, alla nostra Carla L.

di Marina Corradi

Forse perché è un giorno così grigio che sembra autunno, nell’attraversare corso Sempione mi passa negli occhi, improvviso, il flash di una remota giornata di novembre.
Oltre quarantacinque anni fa: mio padre in auto percorreva proprio questo viale, per portarmi a scuola. Non era la solita, breve strada da casa. Dormivo nella stanza della clinica in cui mia sorella, quattordicenne, si andava spegnendo. Non avevo voluto andare da dei vicini, ma restare con mia madre e con lei, benché non capissi davvero cosa stava accadendo.
Quindi al mattino mio padre con la sua Citroen Ds, i fari tondi che a me parevano occhi gialli di rospo, mi portava a scuola, dalla Fiera a Porta Nuova. C’era molta nebbia a Milano in quegli anni, una nebbia che non si vede più. Tanto densa che sprofondava la città in una cappa di latte, e fuori dalla finestra, al mattino, pareva svanita ogni cosa. Il ricordo che ritorna, inatteso, oggi, è di una di quelle mattine in auto, proprio qui, nella nebbia che cancellava perfino i grandi platani di corso Sempione. Mio padre zitto, assorto, la sigaretta appesa al labbro, io pure muta – diventata, in pochi mesi, silenziosa. Erano giorni senza speranza: la malattia di mia sorella non perdonava, e i miei erano troppo certi delle evidenze scientifiche, per chiedere un miracolo a un Dio di cui, poi, dubitavano. Aspettavamo dunque che mia sorella, sempre più pallida, se ne andasse. Poi sarebbero stati, in casa, anni tristi e drammatici. Io non lo sapevo, ma era come se lo intuissi, e dentro la nebbia tacevo.
Quel ricordo lontano si è fatto avanti, improvviso, ieri, e ho pensato che la strada percorsa in quelle mattine tristi è la stessa che – essendo per un caso io venuta a abitare, sposandomi, proprio qui vicino – ho traversato mille volte con i figli in passeggino, e poi per mano, ridenti, vocianti, vivi. Dentro a quella fittissima nebbia, io non lo sapevo, stava una vecchia casa che aspettava me e la mia futura famiglia: la casa di giorni e sere e Natali felici, di lezioni ripassate insieme, di febbri innocue che arrossavano guance di bambini con il morbillo, ma robustamente sani. Casa di litigi e di pace, e di abbracci, di fiabe raccontate, di ansie e paure con mio marito traversate e superate. Nel fondo della nebbia, in quelle mattine gelide, mi aspettava la mia casa. Non vedendo noi nulla, c’era, tuttavia, una ragione di speranza. Non è un po’ così sempre, la vita? Se l’oggi ci spaventa o ci rattrista, tendiamo a pensare che il futuro non sarà che una replica di giorni uguali. Ma non sappiamo cosa c’è, dentro la nebbia di certi nostri inverni interiori, non immaginiamo che forse ci attende un dono. Bisognerebbe fidarsi, ecco, fidarsi di più di Dio. Dare una chance a Dio: concedergli che sappia lui, e non noi, il nostro destino.

fonte: Avvenire 2/6/2016

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