VI domenica dopo Pentecoste. Don Giacomo Rossi.

Annibale Carracci "Cristo morto e strumenti della Passione" 1583-85, Staatsgalerie Stoccarda
Annibale Carracci “Cristo morto e strumenti della Passione” 1583-85, Staatsgalerie Stoccarda

Es 24,3-18; Sal 49; Eb 8,6-13a; Gv 19,30-35

Vorrei soffermarmi sulla parola alleanza che è centrale nelle letture di oggi. Può sembrare una parola strana ma è infondo qualcosa che molto semplicemente identifica la relazione che abbiamo con Dio. Come se ci chiedessimo: questo Dio per il quale sono qui oggi che rapporto ha con me e con la mia vita? Cosa mi chiede, cosa vuole da me, che relazione ha con me?
In questo senso parlare di “alleanza” non è nulla di strano. Tuttavia, la cultura biblica non era individualista come la nostra e questa domanda non risuonava solo in senso personalistico e individuale: che relazione ho io con Dio. Si trattava invece della relazione di un popolo. La relazione che ciascuno può incontrare nella sua storia ma che non è solo storia sua individuale ma è storia “nostra”.
Sarebbe interessante riflettere su come abbiamo perso questo carattere comunitario che porta la Bibbia a non parlare di “relazioni personali con Dio”, ma appunto di “alleanza” di un popolo. Ma non mi soffermo su questo.

Vorrei invece far notare come la parola alleanza (o relazione) sia sempre legata alla parola sacrificio. C’è una alleanza che è sancita sempre da del sangue. Così la definitiva alleanza è legata al sacrificio di Gesù. Questo appare meno scontato e ovvio da capire. Ho impressione che noi vogliamo bollare come antiquato tutto questo. La nostra è società liquida apparentemente squalifica l’idea di sacrificio in nome di un idea di benessere assoluto (slegato dalla fatica come dal legame con gli altri). La fatica non è una forma della dignità dell’uomo o l’opera della sua libertà ma l’ostacolo da evitare, il prezzo apparentemente inutile. Vorrei invece sottolineare il legame tra relazione (alleanza) e sacrificio (sangue).

Nei confronti degli uomini
E’ il problema del conflitto e del diverso. Cosa fai quando l’altro non la pensa come te? Il sacrificio è legato alla gestione di un conflitto. Devo sacrificare parti di me per dare spazio all’altro, oppure posso direttamente sacrificare l’altro che non la pensa come me.
Anche nella società ho bisogno dei meccanismi perché il conflitto venga gestito se voglio convivere. Sempre la società sacrifica. Lo fa in vari modi, a volte nascosti, ma non è vero che non sacrifica: sacrifica chi non ce la fa, chi non eccelle, chi non riesce nell’università… perché la visione che insegna è molto conflittuale (quella del mercato): noi siamo dei singoli in eterna competizione tra loro. Quindi l’altro lo devi sacrificare prima che ti sacrifichi lui. Devi sgomitare, devi farti valere (si dice). Ad esempio, non ti chiede forse oggi implicitamente questa società di sacrificare la famiglia per il lavoro, magari gli affetti degli amici per lavorare dove l’azienda ti chiede? E se dopo qualche anno non resisti?
Da un lato oggi siamo indotti a pensare che il sacrificio sia eliminabile, nella realtà tutto è una lotta. Paradossalmente nessuno ci dice che invece c’è una parte del sacrificio nostro e libero che è necessario alla nostra identità di adulti che sanno “convivere” e creare legami, che sanno “mediare”. Quanti matrimoni saltano oggi in realtà per questo? Perché il sacrificio è sacrificare l’altro e non considerare di sacrificare parte di sé (una propria idea o una propria abitudine) per l’altro, salvo poi ritrovarci anche noi vittima degli altri.
Un altro esempio: si noti come nelle recenti votazioni della Brexit una parte ha sacrificato le aspirazioni dell’altra. Con un vero e proprio conflitto in atto per cui si sente dire: hanno vinto i vecchi, hanno vinto gli ignoranti… Perché deve dominare un pensiero unico, incapaci di accettare che il nostro pensiero non sia quello degli altri.

Nei confronti di Dio
Riguarda il sospetto profondo che Dio abbia bisogno del mio sangue e del mio sacrificio. Riguarda il sospetto che ciò che mi accade e che non vorrei che mi accadesse, sia immediatamente una sfortuna che viene da Dio o magari una punizione. Come quando implicitamente pensiamo: se mi va male è perché Dio mi ha punito. Contro questo sospetto antico c’è il sacrificio di Gesù stesso. Gesù che muore è la più grossa immagine che possa farci dimenticare che Dio ci vuole punire per qualcosa. Al contrario, il sacrificio voluto dagli uomini (e non da Dio) lo prende su di sé lui solo. Sacrificio è atto gratuito della vita donata in favore dell’altro, portando liberamente su di sé il conflitto che avrebbe scatenato odio, che avrebbe ucciso altri.
Alleanza nuova di Gesù è questo: non ci sono chiesti sacrifici per propiziarci Dio. Non servono più i riti di scaramanzia. Non veniamo puniti per nulla del male che pure possiamo avere fatto. Smettiamola di temere Dio e temiamo di più il male degli uomini. Lui non ci toglie nulla per davvero. Forse per diventare uomini autentici ci sarà chiesto di imparare la fatica del sacrificio, per avere relazioni vere dovremo anche noi imparare a sacrificare qualcosa di noi per gli altri, ma non per fare un servizio a Dio, non per sentirlo vicino. Lui ci è vicino ben oltre quello di cui noi siamo capaci. Se per un instante riusciamo a percepirlo sapremo per sempre della novità della relazione con il Dio cristiano.

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