Il soldatino di Andersen e il piccolo eroe tra i rifiuti.

Soldatino stagnoLe reminiscenze bibliche della celebre fiaba ci aiutano a comprendere meglio la riflessione sulla “cultura dello scarto”, caratteristica del magistero di Francesco. (Lidia)

ALESSANDRO ZACCURI

Lo gettano nel fuoco, ma per lui quelle non sono le fiamme della Geènna. Sono piuttosto i bagliori della fornace da cui nel
Libro di Daniele Azaria leva il suo inno, ringraziando il Signore per aver salvato lui e i compagni dall’ira di re Nabucodonosor nonostante Israele sia ridotto allo stremo, scarto di cui a malapena si può avere compassione. Lì, nella stufa che avvampa, il Soldatino di Stagno riceve l’abbraccio miracoloso della Ballerina di Carta, che un moto di pura grazia sospinge in volo verso di lui.
È vero, Hans Christian Andersen aveva una spiccata tendenza al sentimentalismo, eppure una storia come quella del Tenace Soldatino di Stagno, pubblicata per la prima volta nel 1838, rimane un gioiello anche se esaminata sotto il profilo della rispondenza fra la trama del racconto e i suoi modelli biblici. Abbiamo già detto del finale, con la ripresa del canto di liberazione innalzato dai tre giovani ebrei in mezzo al fuoco che dovrebbe castigarli per non aver reso omaggio agli idoli di Babilonia. Procedendo a ritroso si può osservare come il Soldatino venga recuperato dal ventre di un pesce in cui non sarà difficile identificare un corrispettivo del «grande pesce» dentro il quale il profeta Giona trascorre tre giorni e tre notti prima di essere restituito alla sua missione. Ma sappiamo bene che la vicenda di Giona è una prefigurazione della morte e risurrezione di Gesù, così come il viaggio che il Soldatino affronta nelle fogne della città, con tanto di richiesta di pedaggio da parte di uno dei ratti messi a presidio dei tombini (versione degradata e quasi caricaturale del Caronte dantesco), rinvia alla discesa di Cristo agli inferi, a quell’andare del giusto «per una valle oscura» di cui canta il Salmo 23.
Abbiamo lasciato per ultimo il dettaglio più importante, che è in realtà il primo messo in risalto da Andersen: il Soldatino «non ha apparenza né bellezza » (Isaia 53,2), perché è stato fuso con quel che restava del metallo e gli avanzi di stagno non sono bastati a farlo tutto intero. Gli manca una gamba, che magari è la stessa su cui si trovava la piaga purulenta di Filottete, e proprio da questa carenza nasce la passione del Soldatino per la Ballerina, che lui ammira in equilibrio su una sola punta, senza capire che l’altra gamba c’è, solo non si vede. E questa volta non è detto che Andersen non avesse in mente l’astuzia alla quale il cuoco Chichibio fa ricorso nella proverbiale novella del Decameron ( VI, 4) Il Soldatino è uno scarto fin dall’inizio e il gesto in apparenza irrazionale del bambino che – alla vista del giocattolo già guasto e ora addirittura sbiadito – se ne sbarazza buttandolo nella stufa, non fa altro che dare corpo a un fastidio probabilmente condiviso dagli adulti. Nessuno sgrida il bambino per quella marachella, nessuno sembra sentire il rimpianto per il disgraziato giocattolo. Se ne fossero accorti prima, avrebbero riportato la scatola al negozio, pretendendo che venisse sostituita con una fornitura non difettosa.
Da quanto mi risulta, papa Francesco non ha mai citato in modo diretto la fiaba di Andersen, che pure illustra alla perfezione i limiti di quella “cultura dello scarto” divenuta tema ricorrente nel magistero di Bergoglio. Denunciata a più riprese nelle omelie di Santa Marta e durante le udienze generali, oltre che nei viaggi internazionali, la mentalità del descarte (termine che in castigliano indica sia lo scarto sia, per esteso, l’esclusione sociale) viene espressamente tematizzata in quelli che possono essere a buon diritto considerati i testi principali dell’attuale pontificato. Nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium del 24 novembre 2013, anzitutto, dove al n. 53 si dichiara: «Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”».
Nell’enciclica Laudato si’ (24 maggio 2015) il concetto viene ripreso, ampliato e riferito ai problemi ambientali «intimamente legati – si legge al n. 22 – alla cultura dello scarto, che colpisce tanto gli esseri umani esclusi quanto le cose che si trasformano velocemente in spazzatura». Il Papa entra nello specifico, invocando la necessità di «adottare un modello circolare di produzione» che permetta di «limitare al massimo l’uso delle risorse non rinnovabili, moderare il consumo, massimizzare l’efficienza dello sfruttamento, riutilizzare e riciclare ». L’obiettivo principale resta, in ogni caso, quello di impedire che «l’attuale modello di sviluppo e della cultura dello scarto» agisca in modo irreversibile «sulla vita delle persone» (n. 43). Da questo punto di vista, si potrebbe affermare che la stessa «inequità planetaria», sulla quale l’enciclica si sofferma in termini molto articolati, non è altro che la conseguenza estrema di una mentalità capace di ridurre a scarti perfino i bambini che «non rispondono al desiderio dei loro genitori» (n. 123).

fonte: Avvenire 24/05/2016

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