Vedere un film e capire se stessi grazie ai “neuroni specchio”.

sala_cinemaI desideri, i sogni, le riflessioni del nostro vivere quotidiano si possono cogliere meglio davanti allo schermo. (Lidia)

FULVIO FULVI

Può un film contribuire alla costruzione e alla comprensione dell’anima? Ogni storia raccontata con la macchina da presa è sempre un viaggio verso mondi ignoti, un incontro con personaggi, ambienti, situazioni che spesso, emozionandoci, rimandano a una parte intima di noi. Le immagini che scorrono sullo schermo possono pescare nel profondo del nostro spirito, della nostra realtà affettiva, di quella che Jung chiamava “notte cosmica”, e illuminarne a sorpresa angoli nascosti e a noi sconosciuti.
Psicologia del cinema, la potremmo chiamare. Una scienza che studia i “neuroni specchio” situati nella corteccia parietale inferiore del cervello che si attivano nella percezione dei movimenti e delle azioni altrui (e quindi anche delle rappresentazioni cinematografiche).
Ma è pure una modalità terapeutica: perché capire se stessi (ed essere aiutati a farlo), anche attraverso la visione di un film, è un passo decisivo per il superamento dei disturbi comportamentali e psichici. O, più normalmente, può rappresentare lo strumento per acquisire maggiore consapevolezza del proprio “Io”. Ma capita che l’arte, nell’imprevedibilità delle sue espressioni, entrando in questa sfera dell’umano scompagini, metta in crisi ciò che la scienza ha tentato di stabilire.
Su questo affascinante terreno si muove il libro Ritorni. Cinema comunicazione neuroni specchio. È un testo divulgativo che fa dell’approfondimento scientifico un mezzo per poter cogliere più agevolmente riflessioni, desideri, dubbi, sogni e segni che l’essere umano manifesta nel suo vivere quotidiano e che possono essere riassunti nello spazio di un film. Scoprire nello specchio del cinema la propria immagine, ecco il suo scopo. Per questo, esperti di diverse discipline accompagnano il lettore in un itinerario cinematografico che cerca di svelare il significato, anche più recondito, dell’esperienza umana.
Nel libro vengono prese in esame opere di diverso genere della filmografia internazionale incentrate sul viaggio (e dintorni) come Il tè nel deserto di Bernando Bertolucci, 2001 Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, ma anche La grande bellezza di Paolo Sorrentino e Gravity, di Alfonso Cuarón, e il documentario di Gianfranco Rosi, Sacro Gra, caleidoscopio sul grande raccordo anulare di Roma. Un saggio del sociologo della comunicazione Maurizio Lozzi affronta anche il tema del linguaggio narrativo del “docu-road-movie”.
Cinema e psicologia, dunque: le analogie sono più strette di quello che si possa pensare. Anche perché, spiega Paola Dei «il compito dei registi in certi casi è, simile a quello degli psicoterapeuti, di renderci l’esperienza meno minacciosa mentre la attraversiamo insieme con loro e, se occorre, di aiutarci a prenderne le distanze dopo aver attraversato episodi, secoli, accadimenti ». C’è bisogno di una guida, insomma, davanti al grande schermo, di un “amico”, di un “Virgilio” come per Dante, che ci aiuti a percorrere «territori spesso spaventosi» (anche se non ce ne accorgiamo) ma che alla fine ci portano a un’insperata pace con noi stessi.

fonte: Avvenire 26/7/2016

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