Amore e animali.

Ma non sia contro l’uomo.

caneSembra crescere la pietà per ogni essere vivente, un po’ meno quella per il nostro prossimo. (Lidia)

Marco Stracquadaini

La carità verso gli animali aumenta, quella verso gli esseri umani sembra restare invariata.
Ognuno ne ha molti esempi sotto gli occhi: nelle cronache dei giornali, in televisione o portando a passeggiare il proprio cane e incontrandone altri. Un buon esempio è una iniziativa della Spagna: ‘Madrid Capital Animal 2016‘ («una piattaforma plurale – si legge nel sito – di arte, cultura e pensiero per proporre, gestire e ricevere progetti incentrati sulla presa di coscienza sui diritti degli animali»). Un esempio ancora migliore è la citazione che avvia la presentazione dell’iniziativa, in cui si parla degli ‘animali non umani’. Si tratta di un cambiamento in atto da molti anni e certo più profondo e sfumato di quanto appaia. La crescita del vegetarianesimo, per esempio, ha più di una ragione, dalle più superficiali, come la moda e i timori alimentari, a un’autentica compassione per la sofferenza degli animali. Per tornare al discorso più generale: con gli animali la nostra tenerezza è senza rischi. Non sappiamo se il loro attaccamento per noi si possa chiamare amore. Sappiamo di più sulla loro capacità di odio, che è nulla. Con gli altri esseri umani il nostro gioco è sempre aperto (incomprensioni, ingratitudini, rancori, ferite) e ogni situazione si può rovesciare di colpo nel suo contrario. Con il proprio cane tutto è dato una volta per tutte. Non ci serba rancore. Sarà sempre festoso al nostro rientro.
Questo è straordinario e non finisce di stupire. Non finisce di essere anche un rimprovero per noi, ed è parte del mistero degli animali. Ma si può dire, come siamo tentati certe volte: sono meglio degli esseri umani?
Semplicemente, non sono esseri umani: è proprio la barriera che ce ne separa a far sì che non ci riguardano fino in fondo. Il nostro rapporto con loro, per quanto includa la sofferenza, non è mai così definitivamente doloroso come può essere quello con i nostri simili. E quanto sia dolorosa la tenerezza per gli esseri umani, si vede dal fatto che riusciamo a provarne molto meno. Ogni essere umano, quale che sia la sua condizione, è una possibilità di noi stessi. «Il mendicante – scriveva Jules Renard nel suo diario oltre un secolo fa – è ancora lui il più bravo a farci abbassare gli occhi». Il mutamento così radicale dell’atteggiamento nei confronti degli animali denota innanzitutto un mutamento degli esseri umani tra loro e con se stessi. C’è un breve racconto di Kapuscinski, molto bello in sé ed eloquente per il nostro discorso. È il brano che apre la sua raccolta di note e riflessioni Lapidarium: «Come lo stuzzicavano, quel gorilla, i bambini allo zoo (…) Sulle prime il gorilla si infuriava, correva in qua e in là sul palcoscenico di cemento, minacciando i piccoli aggressori. Poi, stanco, si è seduto in mezzo alla gabbia e si è messo a piangere. È accaduto in quel preciso momento (…) che si è scatenata la tempesta di sabbia (…) C’è stato un fuggi fuggi generale di bambini urlanti, seguiti dagli adulti; il vento strattonava e faceva sventolare i chador addosso alle donne, che correvano spaventate (…) Correndo, mi sono voltato indietro: attraverso i nembi di polvere, nella penombra calata all’intorno, ho intravisto il gorilla curvo al suo posto, come spezzato in due, seduto lì che ci guardava e singhiozzava». Cosa c’è in questo racconto? Il male e il bene, innanzitutto. Il male impersonato da bambini, cioè una specie di male doppio o doppiamente incomprensibile. Tolte una o due immagini in cui è più presente la partecipazione dell’autore, si tratta di un resoconto molto nudo. Ma dov’è il bene? Il bene è nell’aver raccontato questa scena benché parli del male, e nel: «mi sono voltato indietro» del narratore. Nello sguardo di compassione dell’uomo presente a quella scena. Questo racconto mi sembra un esempio di carità autentica verso un animale. Quello che è ammirevole in loro è che rispondono splendidamente ai propri limiti. Al tempo stesso, in certi atteggiamenti che sembrano di incertezza estrema e di richiesta, muovono una pietà irrimediabile. Tutto quanto vive merita pietà, anche gli animali, mai, però, si deve esercitarla contro qualcos’altro.

fonte: Avvenire maggio 2016

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