Torna a “riaccendersi” la Galleria dei Candelabri

candelabaraIl restauro del grande ambiente realizzato nel settecento da papa Pio VI e decorato nell’ottocento per volontà di Leone XIII, il quale chiese che tra le arti fosse raffigurata la fotografia. (Lidia)

MARCO BUSSAGLI

Quando si pensa ai Musei Vaticani, è inevitabile che la mente corra alla Sistina, alle Stanze di Raffaello, alla Cappella Paolina, all’Apollo del Belvedere.
Tuttavia, in realtà, il complesso dei Musei Vaticani è uno scrigno meraviglioso di tesori che testimoniano come, in ogni epoca, la politica dei pontefici si sia orientata sempre verso l’esaltazione della bellezza e della creatività umana. Lo testimonia l’importante restauro delle volte della Galleria dei Candelabri per cui sono stati necessari oltre due anni di lavori. La Galleria, che precede quella più celebre delle Carte geografiche, è al secondo piano del corpo architettonico che collega i Palazzi Pontifici e la Cappella Sistina al Museo Pio-Clementino, cui si accede grazie all’elegante e monumentale Scala Simonetti. In origine, quando – nell’ambito del grande progetto bramantesco – fu edificata nella seconda metà del Cinquecento, si trattava di una loggia aperta che si affacciava su un tratto del cortile del Belvedere. Fu papa Pio VI Braschi (1775-1799) che, a dieci anni dall’inizio del suo pontificato, decise di trasformarla in una galleria per preservare dalle intemperie la preziosa collezione di sculture che, nei secoli, si era accumulata in quegli ambienti. Chiamò allora gli architetti Giuseppe Camporesi (cui si deve anche la sede dell’Accademia di Belle Arti di Roma) e Michelangelo Simonetti (autore della scala che porta il suo nome e della Sala della Rotonda in Vaticano), per chiudere il corridoio lungo ben 70 metri. Le sei campate sostenute da coppie di colonne doriche parvero allora il luogo più adatto per collocare i grandi candelabri di marmo che, da allora, dettero il nome alla galleria. La splendida magnificenza del luogo, però, fu raggiunta solo grazie all’intervento voluto da Leone XIII Pecci (18781903) che decise di sfruttarlo per dare evidenza monumentale alle linee programmatiche del suo pontificato. Così, al cotto del pavimento si sostituì il marmo bardiglio dalle eleganti venature grigie e comparve, intagliato nelle pietre dure, lo stemma pontificio che ancora si vede, mentre, per le volte, in quel lontano 1883 furono chiamati tre pittori con compiti diversi: Annibale Angelini, di Perugia, nominato direttore dei lavori, già noto per aver decorato molte chiese a Roma e nel territorio laziale, Domenico Torti, amico e sodale del primo che aveva lavorato nel palazzo comunale di Nepi e, con Angelini, nella Villa Lancellotti di Frascati e Ludovico Seitz che, alla morte di Angelini (1884), prese la direzione dell’impresa. Al primo si deve il programma generale di decorazione con grottesche, putti e festoni; al secondo le volte della seconda e terza campata e al terzo la volta della quarta e i monocromi della quinta e sesta. Accanto a loro, un esercito di grandi artigiani, come sapevano essere gli stuccatori, i marmorari e i decoratori delle botteghe romane del XIX secolo. Adesso, quelle pitture hanno ritrovato l’antico splendore.
Così le figure allegoriche dipinte dagli artisti scelti da papa Leone XIII riflettono il programma e la visione del mondo del pontefice che vuole conciliare religione, fede, scienza e nuove tecnologie, se per la prima volta, fra le arti viene rappresentata anche la fotografia, di cui papa Pecci era un appassionato. In quest’ottica si capisce bene anche la scelta di dedicare una scena alla riconciliazione fra Arte pagana ed Arte cristiana che recupera, così, le radici della cultura antica messe al servizio della fede cattolica. Si è trattato di un restauro particolarmente delicato perché eseguito su pittura a secco (tempera grassa) e dorature che si erano sollevate per l’umidità.

fonte: Avvenire

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