Il tesoro nascosto della Reggia.

la splendida Cappella Palatina della Reggia di Caserta
la splendida Cappella Palatina della Reggia di Caserta

Nei lavori di restauro del Palazzo reale di Caserta emerge un patrimonio poco noto e valorizzato del complesso, quello “religioso”. Come la Cappella Palatina e il raffinato Oratorio di Ferdinando II. (Lidia)

GIORGIO AGNISOLA

Uno degli aspetti meno noti della famosa Reggia di Caserta è quello religioso. Nel celebre Palazzo sono presenti varie cappelle, una delle quali, l’oratorio di Ferdinando II di Borbone, è stata restaurata di recente: un patrimonio artistico e spirituale poco conosciuto e poco valorizzato. Costituisce nel suo complesso una delle tante risorse di un sito rinomato in tutto il mondo e da qualche tempo al centro di polemiche, soprattutto per via del degrado che negli ultimi anni ha caratterizzato il Palazzo e il celebre Parco. «Le ragioni di una tale deprecabile situazione, a cui stiamo ponendo riparo, sono purtroppo abbastanza comuni nei siti culturali del nostro Paese – dice Mauro Felicori, manager bolognese, da qualche mese nuovo direttore della Reggia –. Possono sintetizzarsi in una scarsa attenzione all’accoglienza in ogni suo aspetto, pratico e gestionale, in una modesta manutenzione, in una quasi inesistente promozione». Ma assicura: «Vorrei coniugare valorizzazione e promozione, creando un circolo virtuoso in cui la crescita dell’accoglienza determini una crescita culturale e viceversa. Sul piano pratico, proseguire nell’ampia campagna di restauri ereditata dalla gestione precedente e soprattutto puntare decisamente sulle risorse, come la collezione d’arte contemporanea
Terrae Motus, realizzata da Lucio Amelio dopo gli eventi sismici del 1980, di cui è stato curato in questi giorni il temporaneo riallestimento. Conto altresì di riaprire ambienti chiusi, come il teatro, vero gioiello, costruito in miniatura sul modello del San Carlo di Napoli, il Museo dell’Opera, la Quadreria borbonica e altre strutture come il convento dei Passionisti e la Casa degli schiavi saraceni, per creare un ostello per i forestieri. E ancora riattivare la gestione della Vigna di San Silvestro e dei Vivai. Fare della Reggia insomma un monumento accogliente e vitale, propositivo e sinergico, anche rispetto al territorio».
Quanto alle cappelle del complesso reale sono sette. La più importante è quella Palatina. Carlo la volle a somiglianza di quella di Versailles. Fu una richiesta esplicita, a cui tuttavia Vanvitelli contrappose sostanziali modifiche. L’aula è a pianta basilicale, ma il matroneo è interrotto ai lati dell’altare e le navate laterali sono ridotte a poco più di semplici corridoi finestrati. È soprattutto la collocazione a fare la differenza. Non a piano terra, come nella Reggia d’oltralpe, ma al primo piano, con l’accesso dal grande vestibolo alla sommità dello scalone, che dà altresì agli appartamenti reali. Prestigiosa nella sua misura classica riletta in chiave settecentesca, coi fregi e gli stucchi d’epoca e i simboli del reame, la cappella si presenta incompleta. L’altare, pure ricco e prezioso, è ancora in stucco; lo stesso tabernacolo è in legno dipinto. Oggi la cappella è esclusa dal servizio liturgico, solo occasionalmente vi si celebra messa. Occorre aprirla nuovamente al culto, dicono alcuni, ma la suggestione è controversa.
Tre spazi sacri sono all’interno degli appartamenti, due sono esterni. Quelli interni sono la cappella di Pio IX, nell’Appartamento Nuovo, l’oratorio di Ferdinando II e la cappella di Sua Maestà la Regina nell’Appartamento Vecchio. Quelli esterni sono la cappella degli Sfollati, posta sul limitare del Parco, verso ovest, che fu donata dal re ai passionisti, oggi annessa ai locali affidati alla Società di Storia Patria, e quella del preesistente Palazzo Acquaviva, attuale Palazzo di Governo, inglobato nelle strutture della Reggia, oggi trasformata in sala delle riunioni. Se ne potrebbero invero contare altre due: la cappellina posta di fianco alla Flora, giardino a corredo del Palazzo a est, e quella riallestita a ovest dall’Aeronautica militare, in fase di trasferimento.
Si sa, i Borboni nutrivano un culto passionale e talora superstizioso per il sacro. Resta però intatta la santità di Maria Cristina, che di nascita era una Savoia, moglie di Ferdinando II. Sovente i dipinti la ritraggono in atteggiamento soave, pia e devota, con una forte e serena personalità. Suo è un piccolo inginocchiatoio collocato in un armadio a muro nell’appartamento vecchio, in un vano di passaggio, tra la toilette della Regina e la Sala delle Dame: poco più di un altarino, per la privata e quotidiana preghiera. L’oratorio di Ferdinando II è un vano stretto e lungo con un cielo affrescato da un rosone di putti angelici, quasi un vano di passaggio, un luogo di provvisorio rifugio. Sull’altare è una bella Assunzione di Maria. Più internamente, sempre nell’appartamento vecchio, in una delle sale estreme verso la biblioteca e la sala del presepe, è la cappella di Sua Maestà la Regina, quella in cui si diceva messa ordinariamente nei giorni festivi: una luminosa aula rettangolare, con luce a nord, altare in stucco e un dipinto di autore ignoto (forse Carlo Brunelli) che raffigura il Sacrificio di Maria. La cappella più conosciuta è certamente quella di Pio IX, la più elegante e la meglio conservata. Dal fine gusto neoclassico, con decori a stucco bianchi sull’azzurro del cielo e cornici in oro, costituisce uno dei luoghi più raffinati e raccolti del Palazzo. È posta infatti su di un angolo, quello sud occidentale, con quadri di scuola napoletana, dove ancora sono l’inginocchiatoio del re con lo stemma borbonico, le delicate acquasantiere in marmo, il finissimo lampadario e la statua di Pio IX, che qui sostò due volte, nel 1848 e 1949, e disse messa durante la sua fuga a Gaeta e il suo ritorno a Roma. A ricordarlo è un busto di Luigi Bartolini che lo ritrae con tratto giovanile, il volto calmo e pensoso. L’opera era stata commissionata al grande scultore alcuni anni prima a Firenze. Ma il re non diede soddisfazione al maestro toscano. Tanto che per le finiture degli abiti mandò un esemplare degli indumenti a Firenze. Di ciò Bartolini si piccò e invece di consegnare l’opera la donò ad un conte russo. Fu questi in verità che nell’occasione della venuta a Caserta del pontefice, ne fece munifico e pio dono alla Reggia.

fonte: Avvenire 8/6/2016

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