Gianni Berengo Gardin, l’occhio etico della poesia.

BerengoIl fotoreporter che costruisce un ritratto del nostro Paese attraverso la magia e lo stupore della luce con un’intransigente lucidità dello sguardo. (Lidia)

LORENZO CANOVA

Una mostra che racconta l’Italia con il nitore di un saggio storico e con la lucidità di immagini potenti, un viaggio lungo più di sessant’anni attraverso i volti e i luoghi di un paese in trasformazione: una grande mostra romana presenta l’opera di uno dei maggiori fotografi viventi, Gianni Berengo Gardin. La mostra si struttura come un ampio racconto circolare, che parte dalla Venezia popolare, povera ma bella degli anni Cinquanta e si conclude con la nuova Venezia commercializzata delle titaniche navi da crociera che sembrano minacciarne la fragile meraviglia come enormi mostri arrivati dal mare. Tutta l’opera di Berengo Gardin è metaforicamente condensata in questo viaggio, dove la «vera fotografia» (timbro che l’autore appone sul retro delle sue foto e che dà il titolo alla mostra stessa) si lega a una dedizione totale alla realtà senza nessun effetto speciale, o intromissioni digitali. Berengo Gardin ci fa penetrare dunque nella storia italiana, partendo spesso da storie apparentemente minime e marginali, ma che attraverso lo sguardo e l’obiettivo del fotografo si trasformano non solo in fondamentali documenti storici, ma in trasmissioni feconde e palpitanti di vita e di memoria, attraverso un medium iconico privo di orpelli e con la tesa e secca energia di una visione fondata su un pensiero rigoroso. Il percorso dell’esposizione è organizzato quindi in diversi capitoli che si intersecano in un mosaico intrecciato ma organico, incontriamo pertanto città amate da Berengo Gardin come Venezia e Milano, il suo amore per “Il mattomondo del lavoro”, i drammatici e progressisti “Manicomi”, gli “Zingari”, uno dei temi più intensi dell’autore; “La protesta”, “Il racconto dell’Italia”, “Ritratti”, “Figure in primo piano”, “La casa e il mondo”, “Dai paesaggi alle Grandi Navi”. Emerge in questo modo un quadro sospeso tra esattezza e poesia, tra un’attenzione quasi filologica al mondo e una sospensione lirica che per un attimo sembra sollevarsi dalla polvere delle cose per trovare l’incantamento magico di un lembo di luce o di un oggetto trascinato fuori dalla banalità dei nostri giorni, grazie all’azione sincronica di rappresentazione e costruzione dell’autore. Un sentiero tra gli alberi o una città affollata, la vita delle donne, un campo di nomadi o una rimessa dei tram sono allo stesso tempo un reportage misurato e intransigente di un momento e di una situazione storico-sociale, ma anche un segno poetico che il fotografo impressiona sulla carta.
Berengo Gardin raggiunge così indiscutibilmente la dimensione dell’arte, come accade nelle foto sull’orrore dell’internamento nei manicomi, opere senza retorica che fondono la denuncia, l’impegno civile e il dolore di uno sguardo dolcemente e tragicamente posato su un’umanità repressa, senza libertà e privata della propria dignità umana.

fonte: Avvenire

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