E’ bello sapere versi a menadito.

a memoriaImparare poesie a memoria non è pratica nozionistica del passato, serve ad appropriarsi delle parole unite al loro suono, meditarle e capirle. (Lidia)

ROBERTO CARNERO
I lettori più maturi avranno sicuramente imparato a scuola alcune poesie a memoria.
Quella della memorizzazione dei versi dei poeti più celebri è una prassi che da alcuni anni (o forse decenni) sembra però essere scomparsa. Perciò ha davvero il sapore di un nostalgico amarcord l’operazione di Piero Manni Editore, il quale manda in libreria un volumetto dal titolo Che dice la pioggerellina di marzo (introduzione di Piero Dorfles, pp. 200, euro 16), in cui sono raccolte alcune delle poesie più presenti nei libri di scuola degli anni Cinquanta. A partire da quella che dà il titolo al volume, un testo divenuto proverbiale per essere stato studiato da generazioni di studenti sui banchi delle elementari, del poeta ligure Angiolo Silvio Novaro (1866-1838), ‘canonizzato’ – più che dai critici e dagli storici della letteratura – dai compilatori di sussidiari scolastici. Accanto a lui troviamoil Giosuè Carducci di Pianto antico («L’albero a cui tendevi/ la pargoletta mano», eccetera), l’Edmondo De Amicis di Se fossi pittore («Non sempre il tempo la beltà cancella/ o la sfioran le lacrime e gli affanni:/ mia madre ha sessant’anni,/ e più la guardo e più mi sembra bella»), il Giovanni Pascoli di X Agosto («San Lorenzo, io lo so perché tanto/ di stelle per l’aria tranquilla/ arde e cade, perché sì gran pianto/ nel concavo cielo sfavilla»), il Camillo Sbarbaro di Padre («Padre, se anche tu non fossi il mio/ padre, se anche fossi un uomo estraneo,/ per te stesso egualmente t’amerei»), e via poetando: da Foscolo a Leopardi, da Manzoni a Ungaretti. Ma al di là della scelta di questo o quell’altro testo, perché la poesia non si studia più a memoria? E ancora: avrebbe senso farlo? La risposta alla prima domanda è piuttosto agevole: la sfiducia nel nozionismo ha coinvolto non solo lo studio mnemonico tout court, ma anche quello dei versi dei poeti. Eppure mandare a memoria le poesie è ben altro dal nozionismo… E così andiamo ad affrontare la seconda questione.
Memorizzare i versi è un’operazione culturale, ma soprattutto estetica ed esistenziale: estetica nel senso che consente di interiorizzare le parole e il ritmo di una certa lirica; esistenziale in quanto determina una loro meditazione, una ruminatio destinata ad accompagnarci a lungo. È noto l’episodio raccontato da Primo Levi in Se questo è un uomo: a un compagno di prigionia, uno studente alsaziano desideroso di apprendere l’italiano, lo scrittore decide di raccontare l’episodio di Ulisse nel XXVI canto dell’Inferno di Dante. Nel farlo gli tornano alla mente alcune terzine del poema, frammentarie reminiscenze degli studi scolastici: dopo tanti anni, si accorge che quei versi erano sepolti sotto la superficie della memoria, e comprende così di possedere un tesoro che nessuno può sottrargli, neppure in quel luogo di negazione dell’umano; anzi, proprio la bellezza della poesia dantesca gli offre per un attimo un barlume di bellezza nel buio della condizione concentrazionaria, oltre che uno specchio della propria situazione personale nonché un mezzo di comunicazione profonda con un’altra persona. Umberto Eco consigliava agli studenti di imparare le poesie a memoria, perché in questo modo oltre alla parola ti viene dentro anche il suono, soprattutto se poi le ripeti ad alta voce. Una giovane scrittrice bolognese, Francesca Bonafini, in un suo romanzo uscito un paio d’anni fa (Casa di carne, Avagliano), sposa l’idea che imparare a memoria è forse l’unico modo per comprendere davvero la poesia: «È bello sapere che le parole che suonano bene sono sempre lì pronte nella tua testa a risuonare, che non hai bisogno di libri per ricordarle, che non ti abbandonano mai e cantano per te tutte le volte che ti vien voglia, e che ruminarle, tenerle in bocca, mandarle giù, richiamarle in bocca, rimandarle giù e poi digerirle e lasciare che ritornino trasformate in altro, in parole tue, ecco che quella faccenda lì del ruminare è poi forse l’unica forma di comprensione, per quel poco che delle umane cose ci è dato comprendere». Altro che ‘analisi del testo’ e ‘schede di lettura’…

fonte: Avvenire 19/6/2016

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