Le estasi di Vasco Bendini sul confine della luce.




All’Accademia di S. Luca le ultime opere del pittore, lavori in cui la visionarietà e la tensione gestuale si trovano a dialogare direttamente con il cielo. Grazie Lidia! Quasi una rubrica settimanale: il Tuo occhio attento all’Arte.

LORENZO CANOVA
Un artista che ha unito la tensione materica dell’informale naturalistico a una nuova visione astratta fino a raggiungere lo sconfinamento verso l’ambiente e la dimensione installativa, uno dei maestri della pittura italiana del secondo dopoguerra capace di lavorare con qualità e intensità sino al termine della propria vita: l’Accademia di San Luca celebra Vasco Bendini (Bologna 1922 -Roma 2015) con una mostra grazie alla quale è stato possibile realizzare una sintesi di elevato livello che documenta in modo adeguato la ricerca di Bendini negli anni Duemila, evidenziando come il pittore sia stato capace di rinnovare costantemente la propria opera seguendo tuttavia una traccia coerente.
Bendini ha attraversato infatti sessant’anni lavorando sempre con grande rigore a una pittura che già dagli anni Cinquanta ha suscitato l’interesse dei critici più attenti alle novità, grandi personalità come Arcangeli, Calvesi, Emiliani, Barilli, Tassi e Argan, attenti all’integrità, alla poesia e all’energia del lavoro dell’autore. In questo senso ha ragione Francesco Moschini nel ricordare, insieme alla vocazione etica e politica dell’artista, la sua insopprimibile ricerca dell’Origine che si fa dimensione lirica. Bendini ottiene quindi, in modo singolare, una persistente fusione tra

"Senza perchè"
“Senza perchè”

la sublimazione in una dimensione quasi iperuranica (che è oltre il cielo n.d.r.) dell’Idea e il ritorno tattile e terragno a uno spazio terreno, in un punto di intersezione tra lo splendore e la materia, dipingendo quadri che, come scrive Fabrizio D’Amico, «sono squarci di luce, o forse giorni incendiati o spenti; orme imperfette di ali che sono passate nel cielo livido, lasciandovi un segno, appena un ricordo lontano d’un loro rapido transito». La coerenza dell’opera del pittore può essere tra l’altro apprezzata visitando la mostra, fatta di duetti tra pittori, “Unioni civili”, all’Attico di Fabio Sargentini, dove sono esposte due splendide opere degli anni Cinquanta di Bendini. Questi ultimi quadri dialogano idealmente con la sua mostra personale a San Luca nel segno di una pittura che sembra disfarsi nell’estasi della luce arrestandosi tuttavia sul crinale leggero di una rugosità esistenziale, sul confine in cui il gesto stesso del dipingere si fa pelle, sangue e pensiero per dissiparsi felicemente nel palpito vitale del pigmento che si addensa sulla tela.
Come in un viaggio di trasformazione, Bendini nei suoi ultimi anni sembra tornare dunque, in modo differente, sulla rotta di quella visione naturalistica tanto cara a Franceso Arcangeli, a cui lega una visione diretta verso l’assoluto in cui la materia perde di spessore grazie alla scelta tecnica di un olio magro che dialoga con la consistenza del supporto, che spesso diviene elemento scoperto ed evidente della composizione pittorica, presenza dialettica che sostiene e integra il colore nella tensione gestuale dell’artista.
Bendini nel suo viaggio tra l’Emilia e Roma incontra così i cieli dipinti dai suoi grandi predecessori che da Bologna e da Parma arrivavano nella città eterna per affrescare chiese e palazzi, ne estrae le particelle più splendenti mescolandole con i passaggi tonali di Morandi per segnare con gli scuri i confini di una luce quasi ultraterrena, anche se un’opera è fatta di semplici e preziose variazioni di bianchi o di neri. Il grigio si esalta così di un nitore abbagliante, rivelando la stessa essenza dei rossi e dei gialli del pittore, in un pulviscolo di nebbia e di sole che si sfalda nella distanza della memoria fissato oltre il tempo dall’azione della pittura, dal dilagare di un colore che ripete senza sosta la sua missione di mediazione tra il pensiero e la vita, tra la possibilità e l’azione.

fonte: Avvenire

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