Una nuova luce «accende» la Cappella Portinari.

PortinariEcco, come dicevamo la settimana scorsa, ormai è  una rubrica: è la recensione della nostra Lidia sull’arte nelle Chiese.

I Chiostri di Sant’Eustorgio, polo museale d’eccellenza

LUCA FRIGERIO

La Cappella Portinari sotto una nuova luce. Nel vero senso della parola, fuori di metafora. Da oggi, infatti, il gioiello dell’arte rinascimentale della basilica milanese di Sant’Eustorgio è ulteriormente valorizzato da un nuovo impianto di illuminazione, che permette ai visitatori di ammirare ogni dettaglio della struttura architettonica e della decorazione pittorica di questo luogo straordinario. Si tratta di corpi illuminanti di nuova generazione, a led, appositamente studiati per ambienti monumentali, di pregio storico e artistico. Secondo una concezione già messa in opera, ad esempio, nello stesso Duomo di Milano. Dove la luce si spande sui rilievi scultorei e sulle superfici dipinte con un’intensità simile a quella naturale, offrendo così una visione ottimale anche dopo il tramonto. La Cappella Portinari, del resto, sembra un sogno diventato realtà. A volerla fu Pigello Portinari, stimato e potente banchiere, che nella Milano sforzesca rappresentava gli interessi dei Medici di Firenze. Attorno al 1460 diede avvio ai lavori, dopo aver ottenuto il beneplacito dei frati domenicani che da secoli, ormai, risiedevano nel convento sorto accanto alla chiesa di Sant’Eustorgio, culla del cristianesimo milanese, fra la tradizione di san Barnaba e quella delle reliquie dei Magi. Ma Pigello nutriva una grande devozione anche per san Pietro martire, il discepolo di san Domenico che proprio qui aveva vissuto, amatissimo dal popolo per le sue prediche appassionate, e che per il suo impegno nel difendere la vera fede era stato assassinato nel 1252. E la nuova cappella non solo sarebbe stata l’estrema dimora dell’uomo d’affari fiorentino, ma avrebbe dovuto accogliere anche la testa del santo predicatore, già considerata taumaturgica e miracolosa; laddove il corpo era stato invece deposto in una magnifica arca marmorea, realizzata nella prima metà del XIV secolo da Giovanni di Balduccio da Pisa per la basilica eustorgiana (e in epoca moderna portata anch’essa al centro della cappella). A tutt’oggi non si sa il nome dell’architetto scelto da Portinari per erigere il suo «mausoleo». Forse un maestro arrivato direttamente da Firenze, a portare il «verbo» del Rinascimento. O più probabilmente un lombardo, che però ben conosceva le novità artistiche sviluppatesi in Toscana (come Guiniforte Solari, ad esempio).
Il risultato è qualcosa di unico, a Milano: un edificio in puro stile rinascimentale, dalla schietta parlata fiorentina, che tuttavia non rinuncia a una certa «concretezza» che è tutta ambrosiana. Lombardo, poi, è certamente il pittore che in quegli stessi anni, e cioè entro il 1468, ha ornato di mirabili affreschi l’interno della Cappella Portinari: quel Vincenzo Foppa che ben prima dell’arrivo di Leonardo da Vinci a Milano aveva rivoluzionato il modo stesso di concepire la pittura. In senso rinascimentale, certo, ma sempre con un’attenzione particolarissima al dato naturale, con «quei monti declinanti sul cielo tenero, sul lago imbrunito», come scriveva magistralmente Roberto Longhi, che ancor oggi, ammirandone l’opera, pare di compiere «una passeggiata in Lombardia». Proprio la nuova illuminazione, dunque, dà ragione della straordinaria brillantezza della gamma cromatica di questi dipinti foppeschi, esalta le pure linee di una architettura ispirata al Brunelleschi. Ma chi si recherà a visitare la bellissima Cappella Portinari potrà scoprire anche la realtà del complesso museale in cui è incastonata. Un luogo di meraviglie e di memorie antichissime. A cominciare dalla necropoli paleocristiana, recentemente sistemata in un nuovo percorso di visita, così che si rivela come una delle aree archeologiche più interessanti e meglio conservate della Milano d’epoca romana. E poi sculture e dipinti di valore, raccolti nella sala capitolare e nelle cappelle solariane: come la raffinata Madonna del Latte attribuita al maestro tardogotico dei Giochi Borromeo o la scultura in pietra policroma del XIII secolo raffigurante sant’Eugenio, tenace difensore del rito ambrosiano. Fino all’eccezionale collezione di reliquie e di arredi liturgici, esposta nella sacrestia monumentale della basilica. A testimoniare diciassette secoli di storia e di fede, nel cuore della città di Milano. Che oggi più che mai confluiscono in un unico orizzonte, se si considera che proprio negli spazi adiacenti, grazie a un’intuizione del cardinal Martini, da quindici anni ha sede il Museo Diocesano. Un grande e magnifico polo culturale di rara bellezza, insomma, che da ora in poi sarà universalmente noto come i «Chiostri di Sant’Eustorgio».

fonte: Avvenire 26/6/2016

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