“Gang city”. Le forme della violenza.

Immagine dal film "Gangs of New York"
Immagine dal film “Gangs of New York”

Il punto sul legame tra periferie, tessuto urbano, gruppi criminali giovanili e le possibili risposte. Grazie Lidia, anche se riteniamo forma di violenza (alla lingua italiana) 🙂 il frasario infarcito di termini stranieri con cui il giornalista ha redatto il pur interessantissimo articolo…

ALESSANDRO BELTRAMI

Un fronte urbano conquistato manu militari da bande di giovani, governato con logiche tribali, frutto estremo di una globalizzazione che replica dinamiche identiche a San Salvador, Los Angeles, Madrid e Milano. È il panorama esplorato da Gang City, programma di ricerca «che intende documentare il fenomeno di cluster (non bastava scrivere direttamente “gruppi“? – nota del Betania’s) urbani sottratti a ogni forma di controllo della legalità» per arrivare ad «attivare processi di riappropriazione e di cura degli spazi abitativi». «È il primo tentativo in Italia di riunire esperti di settori diversi – spiega Fabio Armao – urbanisti, studiosi di criminologia, sociologi che affrontano la militarizzazione crescente dei ghetti urbani. Donna De Cesare, fotografa che insegna ad Austin – Texas, ad esempio, ha sviluppato il lato antropologico delle gang, studiando i bambini degli affiliati. L’ambizione è creare un network che si confronti su questi fenomeni e prefiguri soluzioni su come riconquistare gli spazi urbani».
Mentre tra loro le gang creano reti a livello internazionale, uno dei problemi sottolineati da Armao è la circolazione dei dati: «C’è una carenza di informazioni persino in paesi come gli Usa in cui le gang sono “storiche”. Lo stesso dipartimento di Stato non ha una banca dati integrata a livello nazionale delle organizzazioni criminali ». Problemi che ritornano anche nel nostro continente. Eppure studiare le gang giovanili ha una portata ampia: «È un fenomeno che consente di studiare la criminalità allo stato nascente. Possiamo capire come si organizzano sul territorio, quando introducono i riti di iniziazione. Nessuno ha osservato i processi di strutturazione delle mafie. Studiare le gang getta una luce su tutto il fenomeno malavitoso».
«Tutte le gang fanno riferimento a simbologie religiose, espresse nei tatuaggi, per rafforzare l’identità. Questi gruppi sono abili nel vendere senso di appartenenza. Non si limitano a reclutare con la violenza o offrendo lavoro. Ci sono analogie con il fondamentalismo islamico. Sono tutti brand (marchi – n.d. B’sB) di un mercato privato della violenza che copre tutte le esigenze possibili. Il tipo di messaggio e di linguaggio è simile. Quello che cambia è il rapporto con il territorio. Le gang vivono il quartiere, lo occupano militarmente. I fondamentalisti vi si nascondono o espatriano». Questo mercato è privo di controllo. «È questa la vera pericolosità e la grande differenza con le mafie tradizionali: non esiste una cupola da decapitare. Sono gruppi che ragionano in termini di franchising (affiliazione – n.d. Bs’B)». Un altro aspetto è la capacità di generare network (rete – n.d. B’sB) a carattere transnazionale. «Le maras (organizzazioni – n.d.B’sB), ad esempio, nascono negli Usa da migranti fuggiti da El Salvador in preda alla guerra civile, finita nel 1992. Rispediti dagli Stati Uniti nel loro paese, hanno ricolonizzato il centro America, facendosi concorrenza. Gli affiliati alla Mara Salvatrucha e al Barrio 198 seguono le rotte migratorie verso le città dove c’è una forte comunità etnica e un’economia fiorente. Il caso di Milano è interessante perché il primo ad arrivare è stato il Barrio 198, quindi la Mara Salvatrucha vi ha mandato i suoi esponenti per continuare la guerra anche lì». Le comunità di migranti però non sono automaticamente incubatori di gang: «L’appartenenza etnica viene usata per mimetizzarsi nella città. La propria comunità di appartenenza è in realtà la prima vittima di questi gruppi, che la sottopongono a estorsioni e violenze. Non è una novità. Quando i mafiosi siciliani sbarcavano a New York andavano a Little Italy». La scelta del territorio deve avere caratteristiche precise: «Se un quartiere è post industriale, gli spazi fisici sono rilevanti. Un elemento importante è la presenza di snodi del trasporto pubblico ma la capacità di espandersi e di vendere identità è tanto maggiore quanto più queste aree non offrono servizi sociali». Il quartiere viene occupato anche visivamente: «Le gang marchiano l’area con murales per segnare i confini. Ma anche questi non sono meccanismi nuovi. Il film Gangs of NewYork mostra come questi gruppi siano diventati poi amministratori. Qui però le città non sono allo stato nascente, sono città democratiche, ricche. Il fatto che i gruppi reclutino soprattutto adolescenti di seconda generazione denota una incapacità drammatica delle città di creare davvero integrazione e denuncia quanto poco le democrazie abbiano investito nell’educazione. Le gang hanno buon gioco nell’insediarsi in questi spazi vuoti». Il risultato immediato è il decadere fisico del quartiere. «Le fotografie, che coprono tempi e aree anche remoti, da Scampia agli slum (bassifondi – eccheccavolo! n.d. B’sB) di Los Angeles, mostrano come l’elemento comune sia un ambiente urbano degradato». Identità e appartenenza sono definite e veicolate attraverso un design che va dalla musica al look: «La musica è uno dei canali più usati. YouTube ne è piena, dal rap ai narco corridos (forma di musica popolare n.d.B’sB), a gruppi che si ispirano alle maras salvadoregne. Alcuni canali hanno milioni di follower. C’è un uso cosciente dei social media». Non sono pochi i movimenti musicali nati nelle prigioni e dalle gang nere e ispaniche e poi diventati di massa, a partire dal rap. «Il caso più recente sono i narco corridos messicani, ispirati ai boss del narcotraffico, che hanno un vero boom negli Stati Uniti. Queste band si vestono come i narcos e ne cantano le gesta, vendendo milioni di copie. Rientrano in questo fenomeno anche alcune forme del neomelodico, e c’è un’ondata di rap napoletano che canta le imprese della camorra». Questi ragazzi non sono solo consumatori di beni ma si dimostrano in grado di creare mode. «Si vestono con un preciso codice di abbigliamento, adottano accessori, si tatuano. Dalla ricerca è emerso che i grandi marchi di moda sfruttano le mode criminali. Una nota marca sportiva ha prodotto una linea di felpe in stile gangster, con fori dei proiettili, pubblicizzate da modelli che sembrano tirati fuori dalle gang».

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