In giro a ritrovare le finestre di una vita.

winndowsStiamo imparando a conoscere bene Marina Corradi. Il suo approccio con il quotidiano sempre condizionato dalla nostalgia, si può dire?, di un futuro che intimorisce un po’… Ma con più fede di quanta non ammetta di possedere. Grazie ancora a Lidia.

Marina Corradi

Milano. Proprio lì davanti si alzano i nuovi grattacieli di Porta Nuova, altere torri di acciaio e cristallo. Ci passo in mezzo e in fondo al viale vedo i palazzi di via Galilei. Se il semaforo è rosso alzo gli occhi a una di quelle case, e conto: uno, due, tre, il sesto piano era casa mia, da bambina. Ora ci vivono degli sconosciuti, e le tapparelle sono quasi sempre abbassate. Anche quelle del balcone, che non ha una sola pianta. Una volta era il balcone di mia madre, un trionfo di vite americana, glicini e rose, che sotto le sue mani crescevano rigogliosi. Lei al mattino da lì si affacciava a salutarci, mentre andavamo a scuola. Mi pare di vederla ancora in questa domenica di luglio, esile, che ci guarda allontanarci.
Ma il verde al semaforo scatta, e devo ripartire. Quante finestre, penso, sono la mia storia in questa città. E nel tardo pomeriggio di una domenica bollente e semideserta mi prende il desiderio di andare a cercarle, una ad una.
Ritrovo subito quella della mia classe delle elementari, affacciata sugli ippocastani dei Bastioni di Porta Nuova, che a maggio sbocciavano in grandi fiori esuberanti, e allora voleva dire che la scuola era finita. Non vado, non voglio andare, fino alla Fiera, sotto alla finestra di una clinica da cui in un inverno tristissimo vedevo solo nebbia, in un orizzonte cieco, accanto al letto di mia sorella. Invece in auto giro per via Castelfidardo, e poi San Marco, fino a via Goito: le finestre del liceo Parini da cui, distratta, ansiosa che la lezione finisse, guardavo fuori. E le finestre, più tardi, del Palazzo dei giornali di piazza Cavour, affacciate sul cuore vivace e tumultuoso di Milano?
È troppo lontana la finestra di una casa di ringhiera in fondo a via Padova, dove, a poco più di vent’anni, sono andata a vivere da sola. Invece passo da via Commenda, sotto alle finestre della clinica Mangiagalli, da cui una mattina di settembre mi affacciai felice e incredula, avendo messo al mondo un bambino. Ripasso ancora, in questo silenzioso pellegrinaggio di luglio, sotto a una casa vicina a corso Italia, in cui ci siamo trasferiti appena sposati. Guardavano, le finestre, su una caserma. La sera sentivamo le note dolci del Silenzio, quando già i figli, piccoli, dormivano.
E ora la mia finestra dà su un cortile, al Sempione, verde di rampicanti sui vecchi muri ombrosi, mentre stentano nonostante le cure le mie due piccole rose sul balcone.
Da queste finestre è passata la mia vita. Ma perché mi immalinconisce questo cammino nella memoria? In fondo, la mia è una storia alla fine buona. È che non vedo la prospettiva, non conosco le altre finestre da cui mi affaccerò, e ne ho anche paura. È una paura infedele, lo so. Quanto tempo ci vuole per imparare a fidarsi di Dio, a lasciarsene condurre? Forse, mi dico mentre ritorno a casa, occorre una vita intera.

fonte: Avvenire 14/7/2016

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