La croce delle lacrime del pittore-operaio.

La Croce delle lacrime.
La Croce delle lacrime.

Maurizio Cecchetti

A volte si sente dire che gli artisti di oggi non riescono più a interpretare il mistero cristiano e il sacro. Molti anni fa ebbi la ventura di conoscere un artista di quelli che si possono definire “genuini”, uno che si sentiva fratello degli altri uomini, parte della “stessa condizione”, come s’intitola un ciclo di sue opere dove compare una teoria infinita di figure umane quasi tutte uguali. L’artista in questione è Gaetano Orazio, nativo di Angri (1954), ma trasmigrato al Nord con padre e fratelli per lavorare in fabbrica. E l’operaio ha continuato a farlo fino alla pensione, mentre conduceva una vita d’artista “per caso”, come ama dire, sennonché, dopo trent’anni di pittura, possiamo dire che quel caso era in realtà il volto del destino quando non vuole farsi riconoscere. In queste settimane (fino a settembre) Lecco – nei cui paraggi Orazio vive, avendo piantato le tende a Cremella – dedica all’artista la mostra A grandi bracciate nell’oscurità, a Palazzo delle Paure (vuoi dire a volte il caso? qui oscurità e paure gaetano-orazio-artista-580x300inquadrano alla perfezione l’immaginario che l’artista ha sondato da sempre, quello del mistero del mondo e dell’uomo). Con Orazio abbiamo condiviso idee e visioni, la sua opera ha coinvolto critici come Philippe Daverio e scrittori come Magris e Cucchi.
Orazio usa ciò che la realtà gli offre. Può essere carta catramata presa in fabbrica, la ragnatela trovata in una vecchia casa fatiscente, una camera d’aria da motocicletta, stracci, chiodi e, naturalmente, colori. Ha realizzato un quadro sulla stiva delle navi negriere lungo più di dieci metri, un ciclo sulle betulle ispirato a Birkenau, e sondato altri temi esistenziali. Una volta mi recai in uno dei vari studi che ha cambiato negli anni, una casa ai margini di un’area ornitologica: pareti fatiscenti, resti di vite passate, pavimenti di legno consumati, vecchi stracci. Mi chiamò perché vedessi una delle sue ultime creazioni: la Croce delle lacrime. Era fatta con due assi di legno trovate in discarica, sulle quali aveva incastonato placche di piombo a forma di lacrima. Fu un’esperienza indicibile, struggente e dolorosa insieme. L’aveva appesa a una parete macchiata d’umidità e di fumi e ai piedi, al posto del teschio di Adamo, una montagnola di stracci, le sindoni accartocciate della nostra umanità povera e bisognosa di tutto.

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