Le canne fanno male. E a scuola si vede.

umberto-veronesiIl dottor professor Umberto Veronesi ne invoca da almeno due anni la liberalizzazione (Leggi qui.)  E sostiene che tabacco e alcool sono più dannosi. Ancora, come per l’ABORTO il teorema, ancora discutibilissimo, del “male minore”.  (Leggi qui) Ma valutiamo invece l’esperienza di ROBERTO CARNERO:

L’esperienza e la chiarezza di un docente.

Non sono un medico, non sono uno psicologo, non sono un tossicologo. Sono un insegnante. E in tanti anni di docenza nei licei ho avuto tra i miei studenti diversi ragazzi che facevano uso di cannabis e derivati. Con un po’ di esperienza capisci subito chi ha questa abitudine, chi coltiva questo vizio (non dobbiamo esitare a usare tale vocabolo, perché di questo e non di altro si tratta). Li vedi in classe con lo sguardo assente, talora con un sorrisino stereotipato che indica non un’autentica gioia interiore, ma un malsano distacco dalla realtà. A volte te ne accorgi perché ti chiedono spesso di uscire durante le ore di lezione e quando tornano tra i banchi magari si portano addosso l’odore dolciastro tipico della sostanza che hanno fumato. Ho visto ragazzi intelligenti, brillanti, svegli e intraprendenti perdersi per strada a causa di questa maledetta assuefazione.

Non mi interessa – non ho le competenze per farlo – disquisire se il ‘fumo’ dia origine a una dipendenza anche fisica o solo psicologica. Perché so che già la seconda è molto grave. Che cosa succede a un ragazzo che ‘si fa le canne’? Quello che osservo è soprattutto una diminuita capacità di reagire di fronte ai problemi e alle difficoltà. Ci si isola in un mondo a parte, lo ‘sballo’ risarcisce da ogni sconfitta. Ho preso un brutto voto? Non importa, mi faccio una canna e passa la paura. Ho contrasti con i miei genitori? Fatico a farmi capire da mia madre? Non sopporto i rimproveri di mio padre? Poco male, vai con un’altra canna! La mia ragazza mi ha lasciato? Peggio per lei, soffro come un cane, ma per fortuna ho la marijuana che mi consola. La soluzione è sempre la stessa: anziché cercare una soluzione positiva a un problema, lo si rimuove.

Risultato: i problemi si sommano e le difficoltà peggiorano, e il ragazzo in questione è sempre più solo. Perché non è neanche vero che le cosiddette ‘droghe leggere’ (che in realtà ‘leggere’ non sono affatto) favoriscano la socializzazione: quando ‘si fuma’ in compagnia, ciascuno fa parte per sé stesso, e la comunicazione è soltanto apparente (oltre a escludere chi in un certo gruppo invece non sia disposto a questo ‘rito collettivo’).

In un’ora di lezione immediatamente successiva all’intervallo, mi è capitato tempo fa di percepire chiaramente (dai segni visivi e… olfattivi cui accennavo prima) che uno studente, il quale dal primo banco (quindi molto vicino alla cattedra) assisteva ‘in estasi’ a una spiegazione sul Purgatorio di Dante, avesse ‘fumato’. Il giorno dopo lo presi da parte e gli feci questo discorso: «Se fossi tuo padre ti direi che assumere cannabis ti fa male per tanti motivi. Ma siccome non sono tuo padre, e sono solo il tuo professore di Italiano, ti dico che la prossima volta che ti troverò nello stato di ieri dovrò prendere dei provvedimenti».

Lui non cercò neanche di negare, mi disse – sinceramente – grazie per la mia franchezza. Il problema è che come docenti spesso non sappiamo che cosa fare. O hai le ‘prove’ di un comportamento sbagliato e illecito, e allora puoi innescare un provvedimento disciplinare, altrimenti intervieni a tuo rischio e pericolo. Spesso i presidi sono restii ad azioni eclatanti di ‘repressione’ del fenomeno (come chiedere l’intervento delle forze dell’ordine per contrastare eventuali fenomeni di spaccio dentro la scuola), temendo una cattiva pubblicità per l’istituto, e anche alcuni genitori non amano sentirsi dire sui loro figli cose sulle quali magari nutrono sospetti, ma per il momento preferiscono tenere gli occhi chiusi, oppure, sapendole, non accettano che altri possano esserne al corrente: se dici apertamente che un certo ragazzo ‘si fa’ di qualcosa, rischi una denuncia per diffamazione.

Però una cosa da docenti la possiamo fare, e non dobbiamo smettere di farla: denunciare le mistificazioni che intorno all’argomento vengono promosse anche ai più alti livelli, Parlamento compreso. Personalmente non mi stancherò mai di discutere su questo tema con i miei studenti, spesso anch’essi vittime di luoghi comuni e faciloneria nell’affrontare una tematica complessa, ma sulla quale dobbiamo trasmettere messaggi educativi chiari e precisi. A partire da un netto ‘no’ a qualsiasi tentativo di legalizzazione di sostanze che – su questo non ci sono dubbi – fanno male, anzi malissimo. Soprattutto ai più giovani.

fonte: Avvenire 13/8/2016

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