Velo. Tra modernità e integralismo.

Steve Mc Curry "Yemen"
Steve Mc Curry “Yemen”

I molteplici significati del copricapo femminile nella storia: un simbolo di appartenenza ma anche di emancipazione e libertà. (Lidia)

ROSSANA SISTI

Il 6 giugno 2015 un fotografo immortala l’esplosione di felicità di una giovane donna siriana nell’atto di sfilarsi dalla testa il velo nero integrale a bordo di un pick-up in fuga dai territori occupati dal Califfato. E non è la sola; le telecamere documentano altre donne arrivate nella zona curda attorno a Kobane, che con urla di gioia si strappano il velo integrale e lo gettano nella polvere, mettendo in mostra visi raggianti e abiti dai colori sgargianti. Per i social network quella è diventata “l’immagine della libertà”. Ed è stato facile per molti leggere in quel gesto di rifiuto del velo, il coraggio della ribellione delle donne islamiche, vittime di un sistema di sottomissione al potere maschile. Ma la questione velo non è così semplice – né può essere ridotta a un problema di pura emancipazione femminile –, lo dimostra il dibattito che si è riacceso dopo gli attacchi terroristici di Parigi e di Bruxelles e che in molti casi ha fatto del capo coperto delle donne il simbolo della minaccia islamica alla sicurezza e ai valori dell’Occidente. Ci voleva la sensibilità e il sapere di una storica come Giulia Galeotti per portar fuori il tema del velo sul capo delle donne dalle pastoie dell’ideologia e dello scontro. Una lettura di ampio respiro che guarda al di là dell’immagine di una femminilità schiacciata e incapace di emanciparsi. Perché la storia delle donne velate «è insieme una storia di costume, prassi, spiritualità, fede, identità personale e collettiva» e deve tener conto «del complesso significato che il velo ha assunto nella vita delle credenti, siano esse ebree, cristiane o musulmane». È su questo terreno che si approda a un primo punto fermo: «la prescrizione del velo femminile non è costitutiva delle religioni monoteiste». Non lo è per l’ebraismo, dove è invece vincolante che sia il capo dell’uomo a dover essere coperto – con il tradizionale zuccotto, la kippah– durante le preghiere o lo studio dei testi sacri, in segno di rispetto per la divinità. Benché la Bibbia sia piena di racconti di donne velate e benché le donne ortodosse usino copricapo, cappellini e persino parrucche o l’inconfondibile tichel, il fazzoletto legato sulla nuca, non c’è un obbligo al femminile. Coprirsi è piuttosto segno di pudore e modestia.
Il velo, dopo secoli di imposizioni, oggi non è più un obbligo neppure per le donne cristiane. Da storica Giulia Galeotti ricostruisce la ritualità del dono del velo alla monaca il giorno della consacrazione. Segno della verginità della sposa esclusiva di Cristo, sottratta così allo sguardo di altri possibili pretendenti e restituita al solo sguardo di Dio. «Una specie di clausura nella clausura – come spiega la madre benedettina Anna Maria Canopi, fondatrice dell’abbazia Mater Ecclesiae sull’Isola di San Giulio del lago d’Orta – poiché anche all’interno del monastero la monaca ha uno stile di vita e un modo di relazionarsi con le altre claustrali molto riservato». Consuetudine che non ha niente di opprimente: per quel suo essere sigillo della purezza, del pudore, dell’umiltà, della generosità e dell’intensità «con cui la claustrale fa dono di sé a Dio per tutti, rimanendo nascosta, per essere del tutto gratuita », il velo è amato e portato devotamente. Acconciato in modo diverso da ogni ordine, scelto nel colore e nel tessuto a indicarne l’appartenenza, il grado gerarchico, la funzione e il momento della giornata, ha attraversato secoli arrivando al radicale giro di boa del Concilio Vaticano II che, nel rivalorizzare gli aspetti spirituali essenziali della vita delle comunità monastiche, ha semplificato gli aspetti esteriori. Tanto che oggi, mentre le vesti e i colori si sono moltiplicati, il velo non è più obbligatorio, neppure per le donne laiche per le quali fino al Concilio valeva la norma canonica del capo coperto. E se sopravvive nelle funzioni è in segno di devozione e rispetto. Del resto nel nostro Paese il fazzoletto, il foulard, il velo per le spose, per il lutto o come elemento di seduzione, ha accompagnato nei secoli infinite generazioni di donne, del popolo e dell’aristocrazia. Così come il velo femminile fa parte della tradizione araba ancor prima della nascita dell’islam. Ma, mentre in seguito al Concilio il velo cristiano si è emancipato sul piano simbolico e normativo, ricorda la storica, e mentre anche nella Chiesa la condizione femminile sta lentamente cambiando, nel mondo islamico questo passaggio stenta a decollare.
Addentrandosi tra le contrapposte interpretazioni di alcuni passaggi del Corano a proposito dell’obbligo di coprirsi la testa, analizzando il significato e il ruolo della hijab – il grande foulard che nasconde il capo e il collo ma lascia libero il viso – Galeotti cita autorevoli studiosi ed eruditi per spiegare che il velo non ha mai rappresentato «un dogma nell’islam, un’obbligazione giuridica o un simbolo religioso, anche se oggi lo si vuole far passare come tale». Invenzione del XIV secolo, come segno distintivo e di riconoscimento dell’identità musulmana, al tempo dell’invasione di Bagdad dei mongoli di Gengis Khan, il velo ha rappresentato una reazione difensiva e di controllo di una comunità costretta a misurarsi con l’esterno. Particolare da cui bisogna ripartire per capire i tanti e diversi motivi che spingono oggi le donne a velarsi nei loro Paesi e in Occidente.
Questione di devozione, bisogno di visibilità e simboli di appartenenza, desiderio di tranquillità o scatto d’orgoglio? Imposizione o libera scelta, atto di sottomissione o ribellione agli standard occidentali? Integralismo o modernità? Certamente un ventaglio di opzioni a più sfumature in cui la fiera adesione al simbolo dell’islam, magari in risposta alle difficoltà di integrazione in Occidente, sembra prevalere rispetto all’espressione di sottomissione che diamo per scontata. Una scelta diversamente motivata ma consapevole, rispetto a quella che abbiamo pensato fosse l’unica via del velo: nascondere, separare, schiacciare, rendere invisibile…

fonte: Avvenire 1/5/2016

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