La scuola e la vita.

scolariAnche il post che segue è una perla, scelta dallo Scrigno della Memoria della nostra Antonietta Porro e già pubblicata sul Bollettino della Parrocchia di san Giulio in Barlassina. Ci parla di educazione.

(foto di Robert Doisneau “L’informazione scolastica” – Parigi – 1956)

Settembre: le vacanze si concludono e si torna al lavoro, il quale, per i più giovani, consiste nell’impegno della scuola e dello studio. Un tempo si ricominciava il primo ottobre, festa di S. Remigio, per fare vacanza subito dopo, il 4 ottobre, festa di S. Francesco patrono d’Italia. Si studiava di meno, dunque? Probabilmente no, se si faceva la somma delle ore dedicate effettivamente allo studio nel corso dell’intero anno: i lunghi pomeriggi dopo la scuola erano dedicati in buona parte ai compiti (i ragazzi avevano molti meno impegni extrascolastici e questo, forse, non era proprio un male…). Ora la scuola è anche un luogo in cui i ragazzi svolgono attività diverse da quelle che un tempo si sarebbero definite “scolastiche”, sotto gli occhi degli insegnanti, cui le famiglie, più condizionate dagli impegni lavorativi, affidano volentieri i loro figli.
Nei miei ricordi d’infanzia la scuola copre un posto davvero speciale: in ogni ordine e grado ho avuto la fortuna di trovarvi insegnanti straordinari, che hanno determinato in maniera decisiva la mia formazione umana e culturale. E soprattutto la scuola, la cultura, lo studio occupavano una posizione privilegiata tra i valori cui la mia famiglia dava importanza: i miei genitori non avevano potuto accedere ai gradi alti dell’istruzione, ma credevano fermamente che quello fosse un regalo che dovevano fare ai loro figli. Ricordo che mio padre – frequentatore della ben nota fiera di Sinigaglia a Milano, dove rovistava volentieri fra le bancarelle di oggetti e libri di seconda mano – non esitava ad acquistare per me qualche libro che, a suo avviso, potesse essermi utile: una volta, forse inconsapevolmente, fece davvero un colpaccio, riuscendo a portarmi a casa, per poche lire, il Vocabolario della lingua italiana del Migliorini, che usai per tutto il corso dei miei studi e che ancora fa parte degli oggetti a me più cari, perché mi ricorda l’attenzione speciale che papà ebbe per me e per la mia formazione. Come quella volta in cui, in occasione del mio primo esame universitario, sottoscrisse l’acquisto di una pregevolissima Storia della letteratura italiana in più volumi: il premio per un passo avanti doveva essere l’opportunità di fare un altro passo avanti.
Non lo nego: anche se la fine delle vacanze lasciava a suo tempo e lascia ora un po’ di tristezza, studiare mi piaceva (e mi piace). Non deve necessariamente essere così per tutti: per fortuna ciascuno di noi, esseri unici e irripetibili, è diverso dagli altri, e le propensioni naturali di ognuno sono del tutto speciali; così c’è chi ama leggere, chi sa suonare, chi riesce a fare di tutto con le mani, chi sa disegnare o dipingere (in quest’ambito sono sempre stata una frana!). Il bello sarebbe se la scuola potesse individuare, assecondare, valorizzare le doti di ciascuno: sarebbe una gran cosa per i singoli e una ricchezza per la comunità.
Personalmente posso dire di avere avuto dalla scuola questa attenzione, ma soprattutto l’ho avuta in famiglia: solo da grande, al termine di un percorso formativo che mi ha condotto a svolgere una professione che mi appaga, ho capito quanto sia stata determinante in quel percorso la dedizione che mia madre e mio padre hanno avuto nei miei confronti. Ho capito che, accanto al loro amore per il sapere, c’era soprattutto l’attenzione a me, alle mie attitudini. Ho capito che, anche se certamente avevano in cuore dei desideri o dei sogni che mi riguardavano, non li hanno mai anteposti alla cura per ciò che io ero, per ciò che sapevo e volevo fare, in una parola, per la mia personale vocazione: mai l’hanno condizionata, frenata, subordinata ai loro progetti. Ho capito che guardavano a me come a qualcuno che non apparteneva loro, ma che era stato loro affidato perché se ne curassero e lo accompagnassero nella sua strada. E questo è, insieme all’educazione alla fede, il regalo del quale sono loro più grata.
Me ne ricordo ora, all’inizio dell’anno scolastico, perché credo che questo sia il compito che i genitori hanno nei confronti dei loro figli che riprendono la scuola: accompagnarli in una esperienza bellissima, essere presenti accanto a loro mentre li affidano (li affidano, non li consegnano abdicando alle proprie responsabilità!) alla scuola che hanno scelto per loro, essere attenti alle loro doti e ai loro limiti, assecondare la loro vocazione, far sì, in una parola, che accompagnarli a scuola sia accompagnarli alla vita.

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