Immigrati. Vite da romanzo

foto di Juan Medina
foto di Juan Medina

La storia di Selim, uno dei tanti. Viene dall’Africa nera attraverso il mare nelle stive dei nuovi negrieri. Lui ce l’ha fatta. Il racconto ce lo rende vicino e lo assimila agli italiani che solo pochi decenni fa migravano in qualche angolo d’Europa. (Lidia)

MARINA CORRADI

Nascere poveri, in tanti fratelli, in un paese della campagna egiziana. Con un padre padrone, il lavoro duro nei campi, le bestie in cortile, la fame in agguato. Nascere così poveri che, se sei miope, non puoi comprarti gli occhiali. Così poveri che ti insegnano a non avere desideri, che non potrai appagare. I pesci devono nuotare, Rizzoli, di Paolo Di Stefano, è la storia vera di Selim, 17 anni, che la sua famiglia manda in Europa, indebitandosi per pagargli il viaggio, in un disperato investimento. Selim è uno di quella moltitudine di poveri cristi che traversano il deserto, sopportano sete e fame, arrivano in Libia e per mesi, prigionieri, aspettano: che sia la notte giusta per partire.
Poi è il viaggio dentro al mare buio e infinito, stretti nella stiva, nella paura e nell’odore acre dei corpi, nel pianto dei bambini. Selim approda a Licata, Selim ce l’ha fatta. Piange sua madre, al telefono, nel sentirne la voce. (Quante migliaia di madri, ti domandi, hanno atteso invano quella telefonata?) La prima Italia di Selim è la Sicilia, che ha ancora la luce e i colori del Mediterraneo. Poi è il Nord, le nebbie, la Stazione Centrale di Milano come l’approdo su un altro pianeta. Alloggi precari, solitudine e freddo, e la fame tacitata con l’orgoglio. E gente che ti chiama ‘Africa’ e ti insulta, o ti ignora. Pochi, che ti guardano come un uomo. Le donne poi, così belle, così apparentemente accessibili. E i passi svelti e sicuri dei milanesi, nelle loro belle scarpe. Scarpe, già, Selim ne ha un solo paio, che si sfascia. Chi di noi ha un solo paio di scarpe?
Andare a scuola la sera dopo avere sgobbato di giorno, e sempre quella nebbia intorno, in cui la tua famiglia ormai pare come dissolta. Toccare il cielo con un dito per un contratto a termine come portiere notturno in un albergo, 850 euro al mese. Quanto forti sono i ragazzi delle barche, che hanno provato tutto, patito tutto, lasciato ogni affetto? Quanto più forti dei nostri figli, e quanto più vivi di noi, che di figli siamo stati così avari. Quali diritti esclusivi abbiamo poi su questa nostra terra che invecchia, e si va spopolando?
La domanda si pone, leggendo questo riuscito tentativo di Di Stefano di metterci davanti, invece che una moltitudine disperata ma anonima, il volto di un ragazzo, carico di speranze. Ti annichilisce il pensiero che proprio come Selim erano gli altri, le decine di migliaia di sommersi nel Mediterraneo, e che ciascuno a casa aveva qualcuno che aspettava. Un libro, questo, che sarebbe bello regalare a quelli che urlano «tornino a casa loro», a quelli che vogliono sbarrare le porte. Perché Selim è un volto che racconta una storia, e nelle storie degli altri ci immedesimiamo. Ha detto il Papa: «Quando mancano i volti e le storie, le vite cominciano a diventare cifre e così un po’ alla volta rischiamo di burocratizzare il dolore degli altri». Rischiamo di non vederlo proprio quel dolore, e di non capire quanto di bene può venirci da un prossimo sconosciuto. Rischiamo di farne una minaccia oscura e informe, mentre sono uomini e ragazzi che cercano di vivere. Non tanto diversi in fondo da quegli italiani che partivano per la Germania o le Americhe, e scrivevano a casa: «Certe volte ti viene voglia di bestemmiare contro questa naia di una vita, ma poi pensi che si è venuto qua per lavorare e per guadagnare due palanche». Come scriveva un emigrante italiano in Svizzera nella lettera riportata, a rinfrescarci la memoria, nella prima pagina di questo libro; e che porta la data del 1971, non di così tanto tempo fa.

fonte: Avvenire 26/6/2016

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