Tra i volti e i colori «ritrovati» di San Maurizio.

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Condivido con gli amici del Bar il regalo di onomastico da parte degli amici Lidia e Giordano, ispiratori della nostra rassegna stampa.

Esperienza di bellezza nella «Cappella Sistina» di Milano

LUCA FRIGERIO

Dolci e languide sono le sante dipinte da Bernardino Luini. Fanciulle dallo sguardo gentile, pudico e sereno. Angeli di diafano candore, illuminati dalla luce divina. Fuori la vita scorre con le sue frenesie e le sue noie, ma qui, nella quiete della chiesa di San Maurizio al Monastero Maggiore, nel cuore della metropoli milanese, il tempo pare finalmente fermarsi in un istante d’eternità. Fra colore e meraviglia.
Non perda tempo, chi ancora non conosce questa gemma dell’arte ambrosiana. E chi ha ben presente di cosa stiamo parlando, non esiti a tornare a rimirare gli affreschi di San Maurizio, oggi più smaglianti che mai, dopo i lunghi e accurati restauri.
Vi ritroverà l’incanto della pittura rinascimentale, nel linguaggio di quei lombardi cresciuti alla scuola del Foppa e ispirati dal genio di Leonardo, fedeli nel raffigurare il vero di natura, attenti a cogliere i moti dell’animo.
È dunque una summa dell’arte lombarda del primo Cinquecento, questa magnifica chiesa in corso Magenta, la cui natura claustrale sembra averla prodigiosamente preservata in un’atmosfera sospesa di pace e silenzio. Dove ovunque si incontra mirabile la sintesi tra architettura e pittura, quasi l’una sia in funzione dell’altra, quasi – e forse avvenne davvero così – struttura e decorazione siano state concepite fin dall’inizio in un unico progetto organico.
Splendida testimonianza d’arte e di fede, dunque. Ma San Maurizio, con le sue cappelle nobiliari, con i suoi ritratti di gentildonne e potenti signori, con le sue descrizioni accurate di abiti, armi e gioielli, è anche un curioso quanto prezioso documento storico che ci parla della vita nel ducato milanese nella prima metà del XVI secolo. Una Milano travagliata da lotte intestine e da guerre esterne, eppure ancora potente, eppure ancora ricca, animata da una borghesia mercantile dalla forza consolidata, guidata da un’aristocrazia decisa a non farsi travolgere dagli eventi.
Tutto ruota attorno alle prime decadi del Cinquecento, ma le origini del complesso mauriziano sono in realtà ben più antiche. Fu probabilmente Desiderio, l’ultimo dei re longobardi, a fondare qui un cenobio di monache benedettine. Dedicato in origine alla Vergine, il monastero prese il nome di San Maurizio poco prima del Mille, quando l’imperatore Ottone I portò in dono una reliquia del martire tebano. Da allora il complesso milanese conobbe un crescendo di fama e autorità, indicato da tutti, semplicemente, come il «Maggiore».
La nobiltà ambrosiana ne fece ben presto il luogo a cui affidare le proprie figlie chiamate alla vita religiosa. Per loro in San Maurizio si dipanava una vita di clausura: per questo anche la chiesa era divisa in due parti, una riservata alle monache, l’altra aperta ai fedeli. Uno schema che venne poi espressamente suggerito da san Carlo Borromeo, e che ebbe quindi ampia diffusione nei monasteri femminili lombardi.
Bernardino Luini, con la sua bottega, cominciò a lavorare nella chiesa di San Maurizio attorno al 1522. Animato da una serena quanto appassionata ricerca spirituale, Bernardino, in questi affreschi come nei numerosi dipinti su tavola, isola i singoli temi di devozione e li definisce nei caratteri e nei simboli. I suoi santi, disposti su linee prospettiche semplici e immediate, conquistano lo spazio con il piglio dei protagonisti, ma senza alterigia, senza prepotenza.
Nell’aula claustrale della chiesa del Monastero Maggiore basta osservare le scene della Passione e della Resurrezione, di qualità altissima, per vedere confermata quest’impressione di misurata, quanto efficace solennità.
Meno unitaria e programmatica, apparentemente, è invece l’iconografia degli affreschi nella sala «pubblica», forse perché eseguiti per ordine di committenti diversi, che agli artisti chiesero espressamente dipinti votivi, dedicati ai santi patroni. Su tutti i Bentivoglio, allora potentissimi, che mirarono a rendere questa parte della chiesa una sorta di privata cappella gentilizia.
Ma anche in questo caso l’esito è altissimo, e stretta rimane l’aderenza fra pittura e architettura. Così che il Luini lasciò proprio qui alcune delle sue opere più celebri, emotivamente coinvolgenti, affascinanti per la loro grazia formale.
Si alza lo sguardo, si gira la testa, e improvvisamente si è colti come da una vertigine di bellezza, in questa che davvero è la «Cappella Sistina di Milano», come da tempo viaggiatori e ammiratori di tutto il mondo chiamano, affettuosamente, devotamente, il tempio di San Maurizio.

fonte: Avvenire settembre 2016

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