Le voci di dentro: stetoscopio.

stetoE’ stato inventato due secoli fa lo strumento che oggi chiamiamo fonendoscopio. Ha dato avvio alla tecnologia medica, ma ha segnato anche l’inizio dell’allontanamento fra medico e paziente. (Lidia)

VITTORIO A. SIRONI

Insieme al camice bianco è l’emblema della professione medica. Si tratta del fonendoscopio, lo strumento usato per ascoltare i ‘rumori interni’ del corpo (cardiaci, polmonari e viscerali in genere) e per raccogliere importanti informazioni relative al buon funzionamento o all’esistenza di condizioni patologiche di questi organi.  Oggi questo apparecchio è formato da una capsula metallica munita di membrana, che si applica sulla parte da esaminare, collegata attraverso un tubo di gomma a un archetto per consentire di far giungere il suono percepito alle orecchie dell’esaminatore e il suo nome è una parola che significa letteralmente ‘vedere (sentire) i suoni interiori’. In origine però era costituito da un semplice tubo cavo di legno e si chiamava stetoscopio, un termine che indicava la possibilità fornita da questo strumento di ‘vedere dentro il petto’. È stato inventato esattamente duecento anni fa da un intraprendente medico francese,  Théophile-René Hyacinthe Laennec (1781-1826). Nato a Quimper in Bretagna, a soli 14 anni si era arruolato nell’esercito come chirurgo militare di terza classe. Nel 1799 venne nominato chirurgo all’Hôtel Dieu di Nantes. Per esercitare la chirurgia a quei tempi non era necessario essere laureati, bastava la buona pratica acquisita sul campo, ma Laennec, affascinato dallo studio delle malattie e delle sue basi anatomopatologiche, non si accontentò del suo ruolo di ‘semplice’ chirurgo e volle comunque laurearsi in medicina, traguardo che raggiunse nel 1804. Diventato quattro anni dopo medico  personale del cardinale Jospeh Fresch, zio di Napoleone Bonaparte, dopo la caduta dell’imperatore venne mandato in esilio, ma, restaurata la monarchia, nel 1816 Laennec venne chiamato a lavorare come medico al Necker Hôpital di Parigi. Qui iniziò a occuparsi delle lesioni ai polmoni e dei disturbi respiratori (in particolare l’enfisema polmonare) causati dalla tubercolosi, malattia allora assai diffusa, di cui egli stesso era affetto e che lo avrebbe portato, qualche anno dopo, alla morte.  Proprio la difficoltà di ottenere adeguate informazioni relative ai rumori patologici polmonari e ai danni presenti negli organi toracici utilizzando l’auscultazione diretta (fatta appoggiando l’orecchio al torace del paziente e percuotendo con le nocche delle dita la sua gabbia toracica) lo spinse a realizzare lo stetoscopio. Laennec stesso racconta nella sua opera Traité de l’auscultation médiate et des maladies de poumons et du coeur, pubblicata a Parigi nel 1819, le circostanze che lo avevano portato a ‘inventare’ uno strumento che potesse facilitare lo studio dei rumori toracici, attraverso una tecnica di auscultazione mediata. «Nel 1816 – scrive – fui consultato per una giovane che presentava sintomi generali di malattia di cuore e nella quale l’applicazione della mano e la percussione davano scarsi risultati a causa della sua obesità… Mi tornò allora alla memoria un fenomeno di acustica assai noto: applicando l’orecchio all’estremità di una trave, si percepisce molto distintamente anche un debole colpo dato all’altra estremità. Pensai che da questa proprietà dei corpi si potesse trarre utilità nel caso in esame. Presi un quaderno di carta e lo arrotolai molto strettamente: applicando un’estremità di questo rotolo alla regione precordiale e appoggiando il mio orecchio all’estremità opposta, fui sorpreso e soddisfatto nell’ascoltare i battiti del cuore in modo assai più netto e distinto di quanto non mi fosse riuscito con l’applicazione diretta dell’orecchio. Pensai allora che l’uso di questo mezzo avrebbe potuto diventare un metodo utile e applicabile non soltanto allo studio dei battiti del cuore, ma anche a quello di tutti i movimenti che possono produrre rumore nella cavità del petto». Era nato lo stetoscopio, uno strumento che sarebbe diventato insostituibile per un corretto esame clinico del malato. L’effimero rotolo di carta sarebbe stato ben presto sostituito da una più stabile canna cava di legno e successivamente da un tubo di gomma in grado di collegare una membrana auscultatoria con un sistema di ricezione auricolare, dando vita al noto fonendoscopio che oggi i medici utilizzano quotidianamente. La nuova tecnica di rilevamento dei segni somatici della malattia permetteva al medico di prescindere dalla soggettività dei sintomi riferiti dal paziente e di affidarsi all’oggettività dei dati patologici rilevati in modo preciso durante l’esame obiettivo del malato, conferendo un ulteriore ‘grado di certezza’ alla diagnosi. Lo stetoscopio è stato lo strumento che ha segnato la nascita della tecnologia medica, ma anche il primo apparato tecnico che è venuto a interporsi tra il medico e il malato, allontanando fisicamente, sia pure di poco, l’uno dall’altro.  A questo sarebbero seguiti altri strumenti più complessi e specializzati, espressione di una tecnologia medica destinata a crescere in maniera esponenziale nei due secoli successivi: gli apparecchi radiologici per ‘fotografare l’invisibile’ del corpo umano, lo sfigmomanometro per la misurazione della pressione arteriosa, l’otoscopio per osservare il canale acustico, l’oftalmoscopio per vedere il fondo dell’occhio, il gastroscopio per esplorare lo stomaco. E in tempi più recenti le analisi del sangue per rilevare le alterazioni biochimiche dell’organismo, l’elettrocardiogramma per leggere i segni del cuore, l’elettroencefalogramma per registrare la voce del cervello sino alle attuali straordinarie macchine radiologiche per le tecniche di imaging. Apparati in grado di rendere sempre più stretto e preciso l’accostamento del medico alla realtà fisiopatologia della malattia, ma nel contempo causa di un maggiore il distacco dalla dimensione antropologica del malato. I pochi centimetri che con lo stetoscopio separavano l’orecchio del medico dal torace del malato sono diventati i numerosi metri che dividono il paziente che esegue una t.a.c. o una risonanza magnetica dal medico che la esamina. Una distanza non solo fisica, ma anche umana: mentre crescono le possibilità diagnostiche per una migliore comprensione della malattia e per una sua più efficace terapia, paradossalmente diminuisce l’attenzione curativa del medico nei confronti del paziente. Una situazione che è oggi uno dei principali fattori di crisi della nostra medicina, che rischia di non essere più capace di dare sufficiente umanità alla relazione terapeutica tra medico e malato.

fonte: Avvenire 10/6/2016

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