La bellezza ritrovata.

croce-di-chiaravalleLa Croce di Chiaravalle, un capolavoro ambrosiano.

LUCA FRIGERIO

I riflessi dorati del metallo, il rosso sanguigno del diaspro, la trasparenza del cristallo, i colori smaglianti delle gemme e dei cammei…
È un capolavoro, la Croce di Chiaravalle. Una delle opere più belle e preziose del patrimonio artistico ambrosiano di tutti tempi. Che nei mesi scorsi è stata oggetto di un attento intervento di restauro, insieme a nuove, approfondite analisi multidisciplinari che hanno coinvolto, in un unico progetto, diversi istituti di ricerca. Per cercare di «svelare» i molti misteri che ancora avvolgono questo straordinario oggetto. E che ne accrescono il fascino.
La Croce di Chiaravalle è stata esposta nella mostra «La bellezza ritrovata», in corso a Milano presso le Gallerie d’Italia. Ma una volta terminata la rassegna milanese, la Croce di Chiaravalle è tornata nella sua sede permanente, che è quella del Grande Museo del Duomo di Milano. Dove, restituita all’originario splendore (come si suol dire in questi casi), potrà nuovamente accogliere i visitatori fin dalla prima sala, in un suggestivo allestimento. Ben poco si sa della sua storia. E solo ipotesi e congetture si possono fare attorno alle sue origini. Quel che è certo è che la nostra Croce venne acquistata dai padri oblati nel 1797, in seguito alla soppressione dell’abbazia di abbaziaChiaravalle, e portata quindi nel santuario milanese di Santa Maria dei Miracoli presso San Celso. Data in deposito al Tesoro della Cattedrale nel 1985, è stata infine affidata alle cure della Veneranda Fabbrica del Duomo. La tradizione vuole che questo pregiatissimo cimelio sia giunto nel monastero cistercense per volontà del vescovo Ottone Visconti, che proprio a Chiaravalle si ritirò negli ultimi anni della sua vita, dove morì nel 1295. Potente e ambizioso, Ottone fu l’artefice dell’ascesa della famiglia dei Visconti alla signoria di Milano, dopo aver sconfitto i Torriani e i loro alleati.
Si tratta di una croce processionale, decorata dunque su entrambe le «facce» e concepita per essere innalzata su un’asta, dalla composizione particolare e decisamente complessa. Recto e verso presentano infatti una lavorazione molto diversa, e anche l’aspetto iconografico appare piuttosto inconsueto. Il livello artistico è in ogni caso altissimo, degno delle migliori botteghe medievali d’oreficeria, e l’utilizzo di materiali particolarmente preziosi testimonia una committenza «principesca» (solo le pietre sono circa un migliaio!). Sulla fronte, su uno «sfondo» di diaspro rosso, sono applicate alcune statuette d’argento dorate, realizzate a fusione. Nel tondo superiore vi è un serafino con le braccia aperte, che sovrasta una coppia di angeli che scendono sul Cristo crocifisso, mentre nei dischi posti alle estremità si riconoscono i busti di Maria e di Giovanni. Ai piedi del Redentore vi è invece la figura stante del Battista e, ancora più sotto, due figure adoranti, in abiti partic-croceregali, che gli studi più recenti propongono di identificare nell’imperatore Costantino e in sua madre Elena, così come si riscontra nelle croci di tradizione bizantina.
La parte tergale presenta lamine d’argento sbalzate e cesellate (protette, ed è un caso unico, da lastrine di cristallo di rocca), con in alto l’immagine dell’Agnello e, a scendere, un serafino con le caratteristiche sei ali. Al centro compare il Risorto, circondato da angeli con tromba e cartiglio ad annunciare il giudizio finale: ecco infatti, ai piedi del Cristo, i morti che risorgono dalle tombe. Più sotto, un uomo e una donna nimbati, probabilmente la Vergine e il discepolo prediletto. Mentre nei tondi della traversa si riconoscono san Pietro con le chiavi e san Paolo con il libro. Tornano, poco sopra il nodo, i profili di due figure con le corone sul capo, in atteggiamento devoto verso il Salvatore.
Ma quando, dove e da chi venne realizzata la Croce di Chiaravalle? A lungo gli studiosi si sono confrontati su tali quesiti, senza arrivare a conclusioni certe, né unanimemente condivise.
Nel catalogo della mostra alle Gallerie d’Italia viene ripresa la teoria più accreditata in questi ultimi decenni, e che oggi sarebbe confermata proprio dalle nuove indagini scientifiche dei materiali. Ovvero quella di una produzione legata a Venezia attorno alla metà del XIII secolo, con le figure frontali che rimandano direttamente ad alcuni rilievi della basilica di San Marco, «dove delicate sottigliezze bizantine s’incontrano con la maschia forza della scultura padana». Mentre gli sbalzi retrostanti sembrano avere come modello la nascente linearità dell’arte gotica, nel linguaggio che andava affermandosi in ambito più settentrionale, tra la Mosa e il Reno, ma sempre con «accento» lagunare.
La Croce di Chiaravalle, tuttavia, ha vissuto nel corso dei secoli diverse vicissitudini (compreso un furto con riscatto nel 1521). Così che ancora molto resta da indagare e da scoprire attorno a questa capolavoro di ritrovata bellezza.

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