Aborto. I dubbi di un medico abortista, la via cristiana per i figli perduti.

maria-e-gesu-bambinoMARINA CORRADI

E’ un ginecologo 62 enne, non obiettore, vice primario in un ospedale del Vicentino. Ha migliaia di aborti alle spalle, nella sua lunga carriera. Ateo, simpatizzante dei Radicali, dice di averlo fatto per i diritti delle donne, perché c’era una legge dello Stato, e qualcuno quel lavoro lo doveva fare.

Non parla come un pentito, il medico intervistato ieri dal “Corriere della Sera”. Parla come uno che ha dei dubbi, della sofferenza, perfino della nausea davanti a quelle serie infinita di interventi uguali. Non è il solo, e neanche il primo. Ma ciò che colpisce è quando racconta del suo errore.

Un giorno, trent’anni fa, praticò un aborto, ma un mese più tardi si scoprì che la gravidanza di quella donna proseguiva. Lei, all’inizio, voleva denunciarlo. Pochi mesi dopo il dottore la incrociò nei corridoi della nursery: aveva un bambino in braccio, un bambino bruno attaccato al seno.

La madre, ora, sorrideva. Quell’incontro deve essere rimasto indelebile nei ricordi del medico. «Quanti bambini mai nati potevano essere come quel piccolo?», racconta di essersi chiesto, turbato. «Ma – prosegue – mi rispondevo che sì, che era giusto. Lo era per le donne». Quelle altre donne che peraltro quando, anni dopo un aborto, lo incontravano in ospedale, gli dicevano: «Dottore, io questa croce me la porterò nella tomba».

Sono spezzoni di verità quelli che emergono dall’intervista del ginecologo veneto. C’è la “militanza” Anni Settanta dell’uomo che ha aderito alle ragioni del femminismo, che crede nella libertà di autodeterminazione della donna, che – lo dice egli stesso – come un soldato, se c’è la guerra, è pronto a partire. C’è, forse, un’ombra ancora di lontano orgoglio, per quando era medico abortista nella terra-cuore della ex Balena bianca democristiana. C’è il disprezzo per chi si arricchiva con gli aborti clandestini. C’è insomma il dirsi, da parte del dottore, che ha fatto quel che si doveva fare. Ma poi, c’è l’“errore”, e quel giorno in cui si trova faccia con il suo “errore”, un bambino in braccio a sua madre.

E il sussulto nel profondo: ma tutti quelli che non ho fatto nascere, erano come questo qui? Che è un pensiero simile a quello di tante che, giovani o sole o povere, non hanno voluto il figlio che attendevano; ma poi, anni dopo, più mature, con il primo figlio in braccio, o guardando il bambino di un’amica, sussultano alla stessa maniera: mio Dio, ma “lui” era come questo qui? E il cuore, raccontano, allora ha un tonfo grave, come se cadesse giù, in una profondità infinita. È questa la croce che tante, anche ormai anziane, confessano al loro medico di un tempo, prendendolo magari in disparte nel corridoio dell’ospedale, fermandolo un istante: «Questa croce, dottore, non me la toglierò mai più». Perché un giorno d’improvviso forte e straziante è l’evidenza: era un bambino, esattamente come quello avuto anni dopo, come il nipote che oggi, da vecchie, considerano la propria gioia più grande. La medesima evidenza che ha fatto vacillare un medico con mille aborti alle spalle, è quella che cuce segretamente il dolore nel cuore di una moltitudine di donne. Ma, cosa possono fare? Quel figlio è morto, e lo hanno scelto loro. E nessun altro figlio sarà uguale. Pare un tormento cieco e senza fine. La sola speranza, è il perdono di Dio. Scrive il Papa nella sua Lettera apostolica Misericordia et misera: «Non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere».

E allarga in modo permanente la possibilità di dare l’assoluzione per un aborto a ogni sacerdote. Perché quelle croci in fondo al cuore sono troppe. Il perdono non significa che è come se non fosse successo niente, giacché è impossibile: quella morte c’è stata. Ma significa che il figlio perduto sarà ritrovato, vivo, in Dio. E quel giorno sarà un sentirsi come la donna cui per “errore” il figlio era stato lasciato in grembo, nel momento in cui lo ha avuto fra le braccia, vivo. Una felicità non dicibile; nemmeno forse umanamente immaginabile, perché più grande è la gioia, quando si ritrova ciò che si credeva per sempre perduto.

fonte: Avvenire 24/11/2016

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