Essere piccoli, per dialogare con Dio.

preghieraAnche il post che segue è una perla, scelta dallo Scrigno della Memoria della nostra Antonietta Porro e già pubblicata sul Bollettino della Parrocchia di san Giulio in Barlassina. Ci parla di familiarità con Gesù. 

Mio padre mi raccontava spesso di suo nonno paterno, il suo pa’ Sin, dove Sin è la forma sincopata per Luisìn, Luigi. Il pa’ Sin, detto anche pa’ Biund, perché in paese era noto come el Biund, il Biondo, per il mio papà, orfano di padre, era stato la figura maschile di riferimento. Era uomo d’altri tempi, certo, e lo aveva cresciuto come i padri crescevano i figli nella Brianza contadina di primo Novecento: capace di adattarsi alle difficoltà, di vivere dell’essenziale e soprattutto di riconoscere che c’è Qualcuno di più grande sopra di sé, o, meglio, accanto a sé. Nei suoi racconti ogni tanto ritornava una specie di filastrocca che il nonno gli faceva recitare a mo’ di preghiera. Ho scoperto poi che in Brianza sono diffuse diverse varianti di questo testo, ma quello che mi sono sentita recitare in casa suonava così:

O Signur vü sî el mè Togn,
el savî cosa g’ho de bisogn:
quand el pôer … (nome di battesimo di chi prega) el sa pü ‘se fa
el ciapì e amen in pace el tirì là.

che significa “O Signore, voi siete il mio amico / sapete di cosa ho bisogno: / quando il povero … (nome di battesimo di chi prega) non sa più cosa fare / lo prendete e amen in pace lo portate con voi”. Mi piaceva, questa preghiera, un po’ perché era cadenzata come una nenia e un po’ perché il dialetto, che per me suonava in parte oscuro, ne faceva qualcosa di misterioso. Ma soprattutto perché è semplice, addirittura ingenua, come sono i bambini.
Rileggendola ora la trovo realmente suggestiva, nel senso che suggerisce con evidenza il tipo di rapporto che presuppone con il Signore al quale ci si rivolge. Innanzitutto, a Dio si dà del “voi”, in segno di profondo rispetto; ma non è il rispetto formale dovuto a qualcuno di lontano, di estraneo, perché il “voi” si dava talvolta anche ai genitori, e certamente al regiùr, l’anziano capo della famiglia patriarcale. Al Signore va dunque il rispetto, la venerazione che si deve a chi regge la famiglia, a chi la guida con sapienza occupandosi di tutti i suoi componenti. La familiarità, anzi, la confidenza di chi prega è sottolineata con forza dall’appellativo che chiude il primo verso: Togn, un epiteto intraducibile, perché in senso proprio è la forma dialettale per “Antonio”, ma vale qui come un nome comune, che indica l’amico stretto, il confidente, il compare, il “mio” Togn. Avevano il coraggio di dire, senza esitazioni, “O Signore, voi siete il mio più caro amico”. E il verso successivo dice le conseguenze di questa amicizia: “voi, o Signore, sapete di che cosa ho bisogno”.
A questo punto entra in gioco la battuta finale, così efficace in virtù del linguaggio popolare, semplice e incisivo, con cui è espressa. Chi prega si pone davanti al Signore, al suo amico del cuore, con il proprio nome, magari con il diminutivo o con il soprannome, quello che solo gli amici conoscono, e gli chiede che, nel caso in cui non ce la facesse più, quando fosse giunto al momento estremo della sua vita, l’amico di sempre lo prenda e lo porti con sé. I verbi utilizzati per indicare l’azione del Signore – ciapì (acchiappare) e tirì (tirare) – appartengono all’uso quotidiano: anche il momento estremo, la morte, è avvertita come parte della vita, alla quale ci si abbandona volentieri (rasserenante l’inciso amen in pace), poiché ci si fida dell’amico caro e potente che se ne deve occupare.
E’ una piccola cosa, questa preghiera, ma riesce ogni volta a farmi pensare alla radicalità coinvolgente del rapporto che presuppone. E’ il rapporto tra chi sa di essere piccolo (chi prega si definisce pôer, povero) e chi egli riconosce grande, forte, ma soprattutto suo amico. E’ un rapporto che sta dentro la vita quotidiana, nel quale si comunica con le parole semplici di tutti i giorni. E’ un rapporto al quale ci si può affidare con totale fiducia perché non viene mai meno, neanche nel momento estremo, che, affidato all’amico più grande, non fa neppure tanta paura.
Mi sembra, insomma, che dentro le parole semplici con cui pregavano i nostri padri sia ben presente quel «dialogo fra la nostra piccolezza e la grandezza del Signore» che Papa Francesco ci esorta a non far venir meno, poiché «la fedeltà cristiana, la nostra fedeltà, è semplicemente custodire la nostra piccolezza, perché possa dialogare con il Signore» (dall’Omelia presso la Casa Santa Marta, 21 gennaio 2014).

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