Il male.

La reliquia della "sacra Culla", che rimanda alla mangiatoia in cuui nacque Gesù, è conservata nella Basilica di Santa Maria Maggiore.
La reliquia della “sacra Culla”, che rimanda alla mangiatoia in cui nacque Gesù, è conservata nella Basilica di Santa Maria Maggiore in Roma.

Il lento omicidio dell’anziano di Siracusa e il Natale. Per nulla sentimentale.

MARINA CORRADI

Si chiamava Giuseppe Scarso, ma lo chiamavano tutti “don Pippo”. Aveva 80 anni ed è morto pochi giorni fa, dopo due mesi e mezzo di agonia. La notte del 1 ottobre, a Siracusa, era stato dato alle fiamme da una banda di tre ragazzi appena maggiorenni. Per gioco.

Il signor Giuseppe non dava fastidio a nessuno: viveva solo, girava per il quartiere appoggiandosi al suo bastone, era un po’ sordo, ma sempre gentile, con il sorriso fragile e benigno che gli davano i suoi anni. I tre ragazzi, invece, avevano un problema: si annoiavano. Studenti o disoccupati, stavano in giro per il quartiere tutto il giorno, a cercare un modo per tirare sera. Per ammazzare il tempo. Finché un giorno, magari dal tavolino di un bar, non hanno visto passare il signor Giuseppe, claudicante, solo. Perché hanno scelto proprio lui? Per quella sua aria inerme, perché era così chiaramente indifeso e impotente. La vittima ideale. L’agnello da immolare alla devastante noia di tre ragazzi sbandati.

Hanno cominciato col seguirlo a casa, con uno spintone, con una parola offensiva. Il signor Giuseppe non capiva. Poi sono passati alle sassate tirate contro alle finestre della sua casa.

Ma quella voglia maligna di fare del male non si appagava di poco, anzi cresceva ogni giorno, vorace. Una sera di fine settembre i tre buttarono dell’alcool sotto la porta, e appiccarono il fuoco. Il vecchio, sgomento, riuscì in qualche modo a spegnere le fiamme. Bussò ai vicini, chiedendo smarrito: “Ma perché ce l’hanno con me?” La voglia di male però ora premeva, ossessiva. Ritornarono, la sera dopo. Entrarono e buttarono l’alcool addosso al vecchio, sulla faccia, sui vestiti. Tanto alcool. Un fiammifero, e l’uomo prese fuoco come una torcia.

Ha sofferto per due mesi e mezzo i dolori terribili delle ustioni, prima che il suo cuore cedesse. Mentre lui agonizzava, uno dei presunti colpevoli è stato arrestato, uno è fuggito. Tre diciottenni. Tre ragazzi marchiati per la vita da ciò che hanno fatto. Anche loro bruciati in quel folle, malvagio fuoco in casa di un povero vecchio.

Ci pensi, ci ripensi. E tanto male ti pesa addosso come piombo. Tanto male gratuito e atrocemente stupido, contro un uomo fragile e inerme. Il male allo stato puro. Un male, ti dici, imperdonabile.

Volti pagine di giornale e ancora hai in mente il signor Giuseppe; e quelli che gli hanno voluto bene, sua madre, suo padre, e quelli che lo hanno amato. Se sapessero che, da vecchio, è stato ammazzato come non si ammazza un cane. Come ci si consola di un male così? Non ci si consola. Al massimo, si cerca di non pensarci, direbbe qualcuno, soprattutto ora che è Natale, e si vuole essere sereni.

Invece il grande male accaduto in una città del Sud c’entra, con il Natale. Perché umanamente, quel gesto è imperdonabile. Proprio per questo, occorre qualcosa di molto più grande della nostra giustizia, per stare di fronte alla storia del signor Giuseppe. Occorre una misericordia molto più grande: quella di un Dio che si incarna fra gli uomini, che nasce bambino, nasce da una donna, per caricarsi sulle sue spalle tutto il nostro male. Il nostro Dio morto in Croce può perdonare ogni male, se gli si chiede perdono. Lo ricorda il Papa in un tweet di ieri: «Niente di quanto un peccatore pentito pone dinanzi alla misericordia di Dio rimane senza perdono».

Niente. Nemmeno dare fuoco a un vecchio? Si esita a una simile domanda, manca il fiato. Eppure se, per una grazia, quei tre, mentre saldano i conti con la umana giustizia, capissero cosa hanno fatto, e davvero domandassero perdono, il perdono di Dio abbraccerebbe anche loro. In una lunga conversione, nel cammino di una vita, potrebbero un giorno essere uomini diversi. Potrebbero essere, un giorno, uomini nuovi. Potrebbero essere santi.

E questo, solo perché Cristo è nato a Betlemme, per noi, in quella straordinaria notte che ha tagliato e trasformato la storia. Solo perché è nato, e poi è morto per noi. Natale non è l’occasione per non pensare ai nostri mali, e seppellirli in una sentimentale dolciastra allegria. Natale, è il giorno che rende possibili i miracoli. Che il cuore di un uomo possa davvero cambiare, forse è questo il miracolo più grande.

fonte: Avvenire 20/12/2016

 

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