L’abbraccio della Misericordia.

Jack Vettriano
Jack Vettriano

Anche il post che segue è una perla, scelta dallo Scrigno della Memoria della nostra Antonietta Porro e già pubblicata sul Bollettino della Parrocchia di san Giulio in Barlassina.

ANTONIETTA PORRO

Le piogge battenti delle scorse settimane hanno fatto riaffiorare alla mia memoria un episodio della mia infanzia, che ebbe per cornice un cielo altrettanto plumbeo e un diluvio altrettanto copioso.
Ero – mi si dice – una bambina tranquilla, ma quando ne combinavo qualcuna lo facevo in grande stile. Avrò avuto più o meno cinque anni quando, una mattina, la mamma mi chiese di stare buona in casa per dieci minuti, perché lei sarebbe uscita per una breve e urgente commissione in un negozio vicino a casa e, poiché pioveva a dirotto, avrebbe preferito che io non uscissi con lei (c’erano, allora, molte meno paure, e forse molte meno insidie, di quelle che oggi ci tormentano, e si poteva sempre contare sullo sguardo vigile di qualche vicino di casa). Naturalmente acconsentii; ma due minuti dopo, ritenendo di avere aspettato fin troppo (si sa, i bambini hanno una percezione del passare del tempo del tutto personale…), decisi che era venuto il momento di andare a cercare la mamma. Uscii di casa, sotto una pioggia torrenziale, senza l’impermeabile, senza l’ombrello, lasciando anche la porta spalancata, e mi avviai sulla strada.
In quel momento veniva dalla strada, incontro a me, il signor Matteo, un anziano signore che da poco era arrivato, dal Veneto, ad abitare nel cortile vicino a casa mia. Lo conoscevamo solo di vista, poiché lo vedevamo passare sulla via, avvolto nel suo tabarro nero che lo rendeva simile a un personaggio del presepe, ma non avevamo mai avuto modo di presentarci reciprocamente. Il signor Matteo mi chiese dove stessi andando e, sentito che mi dirigevo al negozio tal dei tali per cercare la mamma, mi prese per mano, mi riparò con il suo ombrello e tornò sui suoi passi, accompagnandomi nella mia ricerca, con la tranquillità che concilia l’andare lento dei vecchi e i piccoli passi dei bambini. Il caso volle che mia madre, di ritorno, facesse una strada diversa da quella che avevamo scelto noi due: lascio immaginare quali siano stati i suoi sentimenti quando, giunta a casa, trovò la porta aperta e soprattutto la casa vuota.
Mentre si precipitava fuori di casa, sconvolta e affannata, pensando le cose peggiori, vide arrivare il signor Matteo e me, sotto lo stesso ombrello. Non trovò parole per ringraziare il mio “benefattore”, ma soprattutto non ne trovò, almeno non subito, per “ringraziare” me… Credo di essermi guadagnata almeno uno sculaccione, ma non ne ho un ricordo preciso. Ho conservato piuttosto altre memorie delle conseguenze di quell’episodio: ricordo il volto severo di mamma, ma anche i suoi occhi lucidi; ricordo che, appena entrate in casa, mi tolse di dosso i vestiti fradici e mi avvolse in una coperta calda, prima di mettermene addosso di asciutti; ricordo che per qualche momento non disse nulla, ma poi mi fece una paternale memorabile; ricordo che provai un dispiacere profondo, capii di averla fatta grossa, pensai che forse non mi si sarebbe perdonata una marachella del genere, desiderai di tornare indietro nel tempo per poter cancellare quel misfatto. Ma soprattutto ricordo quella coperta calda che mi avvolgeva, la tazza di latte che mia madre mi preparò, l’abbraccio forte che, dopo la ramanzina, mi diede, dal quale capii che io stavo al primo posto nei suoi pensieri e che, diversamente da quanto avevo temuto, mi avrebbe voluto ancora bene, anzi, se possibile, più bene di prima.
Oggi, a mezzo secolo di distanza, quell’episodio non mi lascia solo un sentimento di viva gratitudine per il signor Matteo e per mia madre, ma mi appare anche come una bella metafora: esso mi aiuta a capire che cosa sia la misericordia, quella di cui ci parla continuamente papa Francesco, quando ce la presenta come l’atteggiamento permanente di Dio Padre. La misericordia divina dev’essere simile alla ricerca premurosa, da parte di una madre, di un figlio che si è messo in una situazione di pericolo, simile allo sguardo preoccupato e ansioso di quella madre per il timore di aver perso la cosa più cara, simile al sereno che torna nei suoi occhi quando finalmente la ritrova, all’abbraccio forte e caloroso che fa sentire di nuovo amati, come prima e più di prima, nonostante l’errore commesso. La misericordia fa sì che chi si è perduto trovi sempre un signor Matteo che si fa tramite per il suo ritorno a casa. La misericordia non cancella il dolore per quel che si è commesso, ma lo trasforma, rendendolo fecondo; ne fa un dolore che insegna, che mostra la strada su cui camminare, ma soprattutto che non impedisce di lasciarsi abbracciare, che sa vedere l’Amore che accoglie, che perdona, che rende capaci di abbracciare gli altri uomini allo stesso modo.

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