Lavorare stanca…se manca un perché

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Saronno, lungo una strada

Un amico mi fa notare la scritta apparsa di recente sul muro di una nostra città. Dal ‘lavorare stanca’ di Pavese passiamo al rifiuto totale del fare qualcosa per cambiare le sorti dell’umanità.

Sintomatico di un disagio, quello di chi è sempre più ai margini della società di massa. Dal contadino fattosi operaio urbano con l’industrializzazione italiana degli anni ’60, al mercato dei voucher e ai giovani (e meno giovani) risospinti nei lavoretti mal pagati dei nostri tempi: sempre più difficile appare conciliare il mondo dell’industria 4.0 con quello della flessibilità, che il più delle volte è solo precarietà.

Se è cruciale incoraggiare le aziende innovative, che riescono ad essere competitive a livello mondiale, che sanno pensare a sistemi di welfare moderni per i loro dipendenti, non bisogna tuttavia dimenticare chi resta indietro e rischia di finire sempre più indietro.

Si comincia (o si ricomincia)… dal trovare un perché al fare, riscoprendo in sè una potenzialità di bene che ha significato in sè e che merita di essere sostenuta dalla speranza.

Quella che dobbiamo a noi stessi, prima che aspettarcela da chicchessia.

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Un pensiero su “Lavorare stanca…se manca un perché

  1. Trovare un perchè al fare…
    Grande Silvia! Hai perfettamente centrato il bersaglio.
    Lavorare “fa schifo” quando manca uno scopo. L’opera, come mi piace chiamare il lavoro, viene confusa con una fatica inutile.
    La tradizione ebraica su questo tema è semplicemente spettacolare.
    Genesi, capitolo 1.
    Dio crea. Crea il cielo e la terra. La luce e le tenebre. Il firmamento e le acque. Il sole, la luna, le stelle, le piante, gli animali. L’uomo.
    E dopo questo sforzo creativo immenso, Dio si riposa e contempla il proprio LAVORO.
    Wow! Non è perfetto. Non è compiuto. Ma Egli ha creato l’uomo a propria IMMAGINE E SOMIGLIANZA affinchè COLTIVI IL GIARDINO, affinchè si prenda cura e COMPLETI la Creazione.
    Questo è il senso dell’opera per gli ebrei: aiutare Dio a completare la Creazione. Non per nulla il popolo ebreo è stato storicamente tra i più intraprendenti.
    Il lavoro dell’uomo è al centro della Parola. Identifica e conferisce dignità.
    E Paolo (il grande Paolo, tessitore di tende), cerniera stupenda tra il mondo ebraico e quello cristiano, sul lavoro ci regala perle meravigliose tra le quali:
    “Chi non vuol lavorare, neppure mangi!” (2Ts 3, 10)
    “Ma vi esortiamo, fratelli, a farlo ancora di più e a farvi un punto di onore: vivere in pace, attendere alle cose vostre e lavorare con le vostre mani, come vi abbiamo ordinato, al fine di condurre una vita decorosa di fronte agli estranei e di non aver bisogno di nessuno.” (1Ts 10, 12)

    Quindi, amici, “fè andè i man!”

    Gabriele

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