Al servizio di Dio.

Mosè Bianchi "Il ritorno dalla sagra" 1880
Mosè Bianchi “Il ritorno dalla sagra” 1880

Ormai è un appuntamento anche per il Betania’s. Si tratta della rubrica”Lo scrigno della memoria” che la nostra Antonietta tiene sul periodico parrocchiale di san Giulio in Barlassina. Ecco la perla di oggi.

ANTONIETTA PORRO

Qualche tempo fa don Sandro ci ha raccontato l’episodio del chierichetto che, il giorno della sua vestizione, gli ha confidato con fierezza: «Ho pensato che adesso posso servire Dio!». Don Sandro ha visto, in questa espressione istintiva e immediata, e forse non pienamente consapevole, il segno del fatto che il Signore si manifesta con la sua grandezza laddove meno ce lo attendiamo, come nelle parole di un bambino, richiamando, a chi sa lasciarsi sorprendere anche dagli avvenimenti meno eclatanti, la centralità della propria presenza viva e eloquente.
Certo questo episodio è particolare… E tuttavia, sentendolo raccontare, non ho potuto fare a meno di pensare che veramente i chierichetti sono persone speciali, hanno una marcia in più. Lo penso ogni volta che li vedo uscire in processione dalla sacrestia per salire all’altare, spesso (grazie a Dio!) in una folta schiera, così diversi per statura, per età e per esperienza, ma così simili tra loro nella consapevolezza di stare a compiere un gesto importante.

Ci sono i piccoli, che cercano con lo sguardo gli occhi dei genitori o degli amici, e magari si lasciano andare ad un sorriso, quando li incrociano, come il giorno in cui Carlo per la prima volta si vide affidato il compito solenne di aprire la processione portando la croce: benché cercasse di mantenere il volto serio e compunto (nei limiti del possibile, naturalmente), gli occhi ridevano da soli, e chiunque si sarebbe accorto che in quel momento era soddisfatto e felice. Cos’altro è servire Dio in letizia di cuore, se non avvertire la bellezza del compito che ci è affidato e sentirsi fieri e felici di compierlo al nostro meglio?
Ci sono poi i grandi, dei quali ogni volta mi stupisce la capacità di istruire e accompagnare i nuovi arrivati: fanno preparare loro l’altare per l’Offertorio mantenendosi un passo indietro, pronti a intervenire e a correggere, ma nel contempo attenti a che il più piccolo impari e diventi autonomo nel servizio. Cos’altro è accompagnare i più giovani in un cammino di educazione se non stare al loro fianco, dare loro sicurezza e al tempo stesso lasciare che vadano, che si muovano da soli?
Insomma, qualche volta penso che il servizio dell’altare sia un esempio straordinario – per chi lo compie e per chi lo guarda – del modo in cui si ci dovrebbe comportare nella vita.
C’è un particolare che me lo fa pensare più degli altri, più ancora della capacità di serietà e di solennità che i chierichetti dimostrano: è il fatto che, in fondo, essi rivelano di avere in pieno la loro età, con tutte le sue caratteristiche. Voglio dire che non sono ragazzi austeri e compassati, capaci di un autocontrollo impossibile per un bambino o per un adolescente; se così fosse, sarebbero semplicemente ragazzi strani, e forse ci si dovrebbe anche un poco preoccupare per loro. Invece no: loro sono ragazzi “normali”, talmente normali che a volte si distraggono, scambiano qualche parola di troppo, assumono pose buffe, dimenticano di essere sotto gli occhi di tutti. E – lasciatemelo dire – suscitano proprio per questo una gran simpatia. Perché nel contempo non smettono di servire il Signore: pregano, agiscono, cantano, e danno l’idea di essere contenti di farlo. Servire il Signore, così come si è capaci, gioiosamente e seriamente, consapevoli del proprio compito e senza lasciarsi tarpare le ali dalle proprie caratteristiche personali: non è forse questo quello cui siamo chiamati tutti nella vita?
Fare il chierichetto educa alla vita, dunque. Dev’essere per questo che chi lo ha fatto una volta non se ne dimentica più. Come Sandro, che è stato a lungo chierichetto più di mezzo secolo fa, ma è contento ancora di raccontare. Ricorda che anche allora lui e i suoi amici – erano circa una ventina -si contendevano i compiti più importanti: il primo, spostare il messale dall’una all’altra parte dell’altare e occuparsi degli orcioli; il secondo, gestire turibolo e navicella con l’incenso; il terzo, portare i cantari. La prima messa una volta era all’alba, alle 6, e la nonna gli prometteva la mancia per indurlo ad alzarsi in tempo; poi la domenica serviva a ben cinque messe! Sapeva benissimo a memoria le preghiere e le parti della messa in latino; era in grado di girar le pagine dei libri liturgici, ma anche lui, qualche volta, chiacchierava con gli altri ministranti sull’altare, e all’uscita doveva sentirsi i rimproveri della nonna per questo.
Anche allora come oggi il servizio liturgico implicava un impegno, non impediva di scontrarsi con la fatica e con il proprio limite, ma insegnava al tempo stesso a superarlo e soprattutto permetteva anche a un ragazzo di imparare che servire Dio è il compito cui si è chiamati tutti, giovani e adulti, uomini e donne, nella vita di ogni giorno.

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