Oggi mi devo fermare a casa tua.

Ecco il nuovo contributo della nostra Antonietta Porro. Oggi ci propone questo suo nuovo gioiello, colto dallo “scrigno della memoria”. Ormai è un format, come si direbbe per la tv. E il suo stile, che sovrapponiamo a quello di Marina Corradi, è inconfondibile. I suoi pensieri sono pubblicati in contemporanea sul periodico della Parrocchia di San Giulio in Barlassina.

Francesco verrà da noi, nella nostra Diocesi (di Milano n.d.r.), il prossimo 25 marzo, il giorno dell’Annunciazione. Francesco, Papa Francesco, il dolce Cristo in terra, come Caterina da Siena definì il Papa, per sottolineare la continuità tra lui e Nostro Signore.
Una volta il Papa non si muoveva dal Vaticano, ed erano i fedeli ad andarlo a trovare, almeno quelli che avevano l’opportunità di farlo. Ricordo che i miei genitori scelsero di fare il viaggio di nozze a Roma, e poi per una vita raccontarono di quella udienza in piazza S. Pietro, quando il Santo Padre si fece loro più vicino di quanto non fosse mai stato: questa esperienza era il massimo che un cristiano poteva attendersi, allora. E ricordo le circostanze in cui, ancora giovane studentessa, partecipai, come molti giovani fanno ancora oggi, al pellegrinaggio della Domenica delle Palme, divenuto nel tempo il tradizionale appuntamento del Papa coi giovani: vedere il Papa di persona, sentirlo parlare senza la mediazione della radio o della TV, appagava gli occhi e riempiva il cuore per molto tempo, inducendo un forte senso di appartenenza alla Chiesa. Credo di avere imparato lì cosa fosse la Chiesa “una, santa, cattolica e apostolica”, vedendo accanto a me i miei amici, con i quali condividevo l’inizio di un cammino di fede, e avendo anche tutt’intorno persone mai viste prima, eppure così “vicine”, imparando con loro a cantare “Credo in unum Deum”, in latino e con la melodia che col tempo mi sarebbe divenuta familiare, ma che allora suonava soprattutto come la colonna sonora di un luogo senza confini, dove l’umano e il divino diventavano una cosa sola e dove il legame con la Chiesa degli Apostoli era tangibile, anche attraverso il gran numero di simboli che lo evocavano.
Un giorno poi il Papa cominciò ad uscire dalla propria terra, e lo fece non certo per turismo o per adattarsi ai ritmi e alle usanze del mondo moderno: i viaggi dei Papi comportano spesso non solo fatica, ma anche rischio, come fu, ad esempio, per il viaggio del Beato Paolo VI nelle Filippine, dove il Santo Padre fu vittima di un attentato. Con S. Giovanni Paolo II abbiamo ricevuto più di una volta la visita del Pontefice nelle nostre città, ci siamo abituati all’immagine di un Papa pellegrino, così che forse oggi la visita di Francesco potrebbe suonare come un evento ordinario, destinato a restare circoscritto nel tempo, senza particolari conseguenze.
Se penso ai pellegrinaggi di un tempo al soglio di Pietro, non posso non vedervi i segni di un grande desiderio da parte della gente di incontrare il vicario di Cristo: non era in primo luogo la curiosità a muovere i pellegrini, era piuttosto la percezione di una grazia straordinaria che era loro offerta, per la quale talvolta accettavano di farsi carico di un viaggio faticoso e di un sacrificio non indifferente.
Era, il loro, come il desiderio di Zaccheo, l’esattore delle tasse dalla moralità non proprio esemplare, che un giorno volle, con tutto sé stesso, vedere bene Gesù, quel Gesù di cui molti dicevano, e allora, poiché era piccolo di statura, si arrampicò su un albero per poterlo scorgere. Ma gli accadde un fatto imprevedibile: mentre passava di lì Gesù alzò lo sguardo e gli rivolse la parola. Lui, che voleva vedere, fu invece visto: lo sguardo di Gesù si posò su di lui, che mai se lo sarebbe aspettato. E Gesù gli disse: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi mi devo fermare a casa tua”. La vita di Zaccheo cambiò radicalmente, per le conseguenze di quello sguardo e di quella visita.
Oggi Francesco, vicario di Gesù, vuole venire a casa nostra. Il rischio è quello di vedere nella sua visita soltanto un evento pubblico, come quelli cui la realtà contemporanea ci ha sin troppo abituati, l’occasione per un “bagno di folla” per il Pontefice e per noi cristiani la possibilità di vedere che, in fondo, siamo ancora in tanti. La venuta di Francesco invece è una opportunità per noi, per ciascuno di noi, non solo per i cresimandi che avranno la fortuna di vederlo allo Stadio Meazza, o per i detenuti di S. Vittore con i quali condividerà il momento del pranzo, o per quanti potranno recarsi alla S. Messa al Parco di Monza.
Ma, perché questa visita si traduca in uno sguardo che penetra dentro la nostra vita, come fu per Zaccheo lo sguardo di Gesù, occorre che il desiderio di incontrarlo ci spinga a salire idealmente su un albero, a cercarlo, a non lasciare che passi sulle nostre strade nella nostra totale distrazione. Qualcuno lo andrà ad incontrare fisicamente, nei luoghi nei quali vuole passare, compiendo così un vero e proprio pellegrinaggio, ma tutti, nessuno escluso, possiamo incontrarlo attraverso i media, ascoltando o almeno leggendo le parole che ci dirà, accorgendoci con sorpresa che è proprio a noi che sono rivolte.
Quante volte, guardando Papa Francesco passare in mezzo alla folla, lo si vede cercare con lo sguardo qualche volto in particolare, fare un cenno di saluto a qualcuno tra i tanti come se lo conoscesse da tempo, come se gli volesse dire “Eccoti, finalmente: aspettavo proprio di trovarti qui!”… E’ così che Francesco cercherà ciascuno di noi, il prossimo 25 marzo: non sottraiamoci dunque all’incontro, saliamo sull’albero per lasciarci vedere, apriamo la nostra casa a lui che vuole fermarsi da noi, e qualcosa di inatteso potrebbe accadere anche alla nostra vita.

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3 pensieri su “Oggi mi devo fermare a casa tua.

  1. In Quaresima di solito digiuno dalle parole e non vado sui blog degli amici ma al Betania passo ugualmente perché ciò che leggo mi aiuta e non mi distrae dal mio silenzio. Grazie Maurizio. Una domanda: “Sono io la Lucetta per cui pregate?” Se è così, dono più bello non potevate farmi.

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