Ubriacati di Pane.

Un’osteria di Grazia  

MARCO POZZA
Vanno all’osteria per dimenticarselo, invece lo trovano: Lui non voleva dimenticarli, non voleva lo dimenticassero. Li ubriacò di Pane.

Il loro paese è quella strada: una strada battuta nell’ora dell’imbrunire. Una strada nella quale due viandanti sfiduciati spezzano tra loro un’ultima briciola di speranza: “Almeno incontrassimo qualcuno per strada”. Coi loro volti da venerdì santo, stanno ancora celebrando la loro via-crucis, quella più funerea: tornano a casa e, rincasando, ogni cosa parla loro di Lui, dell’Amico, di quella stranissima faccenda che aveva riacceso loro il cuore, la carne, l’intuizione.

Vogliono a tutti i costi staccare da quella giornata. S’impegnano, si sforzano, non ce la fanno: ciò che sta loro a cuore è, forse, qualcosa più di un semplice ricordo. Oppure è uno di quelli che scavano solchi e, dentro quei solco, tengono in sequestro il cuore. Per-sempre: complemento di amore assoluto. Non vorrebbero nemmeno più sentire balbettare quel nome – “Gesù, Rabbunì, Signore” – ma continuano a parlare tra loro esattamente di Lui, del Morto a causa del quale sono così trafitti: “Continuavano a conversare di tutto quello che era accaduto” (Lc 24, 13-35).

E’ un Morto strano: è morto, ma non riescono a seppellirlo nella memoria. Sono strani anche loro: “Un’osteria c’è sempre: e, bevendo, si dimentica” (P. Mazzolari). Sono tutti occupati ad avanzare: perché fuggir-via se non si sa dove andare?

L’ultima notizia era stata quella di una pietra rotolata davanti al sepolcro: il Maestro, quando ci riusciranno, verranno a compiangerlo lì, in mezzo ai loculi e ai crisantemi. Quell’Amico, però, impareranno presto che patisce i luoghi chiusi, gli spazi angusti: preferisce ammirare le bocche di leone che si stiracchiano lungo le strade di periferia. Si diletta nel rimettere in sesto i girasoli appassiti, quelli scovati sulla carreggiata che porta a Emmaus: “Che sono questi discorsi che state facendo lungo il cammino?”.

C’è un terzo che sta andando come loro all’osteria: per far due passi assieme, che importa sapere il nome? All’osteria saranno tanti a portare a spasso, al tintinnare dei bicchieri, l’altissima nostalgia dei loro ideali passati: uno-più, uno-meno, che importa? “E’ impossibile che solo tu non sappia ciò che è capitato in città!” “Che cosa?”: la meraviglia non torna mai con lo stesso volto d’allora. Non è Dio a resistere, è Cleopa a faticare a crederci: nessuno mai riuscirà a far vedere ad una persona innamorata ciò che non vorrà vedere, che l’amore che era morto è risorto. “Noi speravamo (ma) sono passati tre giorni”: il tempo non cancella le cose, non le sistema, tre giorni sono un’eternità per chi ha il cuore a brandelli. Sedotti dall’Assoluto, spiegaci tu, viandante-come-noi, come fare ad accontentarsi del relativo. L’unica speranza è scendere in strada e andarsene, con la doppia speranza che questa strada non finisca mai: a casa ci sarà grande vuoto ad attenderci, nessuno ad accoglierci. Il mistero dell’abbandono: “A chi di noi l’albergo di Emmaus non è familiare? (…) Non esisteva più nessun Gesù per noi sulla terra” (F. Mauriac).

Solo un Dio ci potrà salvare: “Sciocchi, tardi di cuore!”. Ancora la sua parola è fresca, l’amore irrefrenabile, il piglio amico. Anche stavolta tocca a Lui obbligarli a dichiararsi. Geniale: fa finta d’andarsene e loro, subito, “Resta con noi perché si fa sera”. A raccontargli ancora un’altra bugia, quella del sole che cala: “Che fai, viaggiatore: adesso scappi pure tu? Tu che, solo, sei stato capace di riaccenderci il cuore! Vieni all’osteria con noi: senza te, torneremo gli sbandati che eravamo oggi”.

Il suo sorriso era un’esca luminosa: aveva perso tutto, era diventato il generale dei cuori. Entrati, scoccò l’ora della Grazia: sono tante le ore della Grazia. Quando s’accorsero, era già troppo tardi: è impossibile arrestare l’amore. Il cuore batteva forte, il pane stava a disposizione sul tavolo: “E gli altri intanto si baciavano solo sulla bocca, ma io ti mangiavo tutte le mattine” (D.M. Turoldo). Vanno all’osteria per dimenticarselo, invece lo trovano: Lui non voleva dimenticarli, non voleva lo dimenticassero. Li ubriacò di Pane.

Fonte: Il Sussidiario 29/4/2017

Annunci

Un pensiero su “Ubriacati di Pane.

  1. E’ misterioso, inquietante, suadente, avvolgente, rispettoso: il buio. Tante cose accadono nella notte. Mentre tutto si adagia, sembra sostare in attesa, crescono nel segreto, non viste, cose importanti. Sfuggono agli occhi e appaiono, evidenti, solo a giorno inoltrato. Crescono adagio le cose che contano; crescono sotto lo sguardo anche di quelli che non cercano ciò che evidente non è.
    Quante volte, nell’oscurità, cresce più chiara, più forte, più precisa, la volontà di comprendere: si vorrebbe tornare a vedere frammenti di vita già andata, vissuta, passata. Quale sete ha il cuore di chi conosce il colore della notte e ha imparato ad ascoltare la voce della vita che se ne va, che si trasforma, che muta la storia della gente, quella che scava dentro, la mente e i passi?
    La notte è il tempo dei pensieri, delle emozioni, delle passioni che riaffiorano e trascinano domande alle quali non si può non rispondere.
    Rientrati, a sera, restano oltre quella porta i rumori della strada, quei suoni che nel giorno consumano o quantomeno appannano mete e desideri: tutto resta fuori. Mentre dentro, invece, riemerge prepotente la verità di sé, quella che interroga senza attenuanti, e rimette in primo piano ciò che è rimasto sulla strada.
    Non si può vivere lasciando che i giorni passino l’uno accanto all’altro.
    Non serve aspettare la notte, se i colori del giorno non diventano fermenti di luce nel buio che toglie solo tutto ciò che non serve per incontrare la vita, fra tante vite che intrecciano la propria esistenza.
    E’ ingannevole la vita, sono ingannevoli gli anni pensati senza fine; è breve la gioia che pare così gradita.
    Vorremmo tornare indietro per rivedere il passato, per comprendere meglio quello che abbiamo perduto. Cercare l’esistenza: il lavoro di ogni giorno. Cercare l’esistenza. Che altro? Tutto diventa importante. Il dettaglio diventa sublime attenzione. Ogni volto, messaggio di vita che favorisce e facilita la conoscenza di sé: sapore che condisce passi, talora affaticati.
    Si ricomincia, nella notte, a cercare l’esistenza, quella che appaga il cuore e rende prezioso il vivere. Nel cuore della notte emerge il desiderio di tornare alla casa d’origine, lì da dove è iniziata quella trasformazione di sé che invita a cogliere l’esistenza, preziosa e unica, come luogo d’incontro, tempo di Riconoscimento. E’ possibile. Basta entrare nell’Esistenza. Quella che abbiamo già tra le mani.

    IL COLORE DELLA NOTTE

    di Fausto Corsetti

    Un abbraccio fraterno a Voi tutti.

    Fausto

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...