Felici di che?

Lettere. Migranti «portatori sani di felicità»? Vita nelle vene di un mondo invecchiato

MARINA CORRADI

Caro Avvenire,

quello che manca è la felicità. Non la vedi per le strade, nei palazzi, dentro le case. Forse non vedi quello che non hai, ma ditemi voi dov’è la felicità nel mondo? Se si leggono le classifiche, il Paese più felice (ottimista) al mondo è la Nigeria, lo stesso Paese da cui scappano migliaia di migranti che si muovono ogni giorno dalle coste libiche. Paradossi, dovremmo dire. Si può essere felici in un Paese “povero”? Non so, ma è un fatto che per le strade dell’Africa si vedono più persone sorridenti, più strette di mano, abbracci… sarà un fatto anagrafico: tanti giovani, sarà che c’è una visione del mondo senza contrasti tra materia, spirito, anima e corpo, fede e quotidianità, ossia un pensiero sempre orientato alla vita. Ma quando vediamo la gente sbarcare pensiamo che sono portatori sani di felicità e solo Dio sa quanto ce n’è bisogno oggi in Italia.

Fabrizio Floris

Mentre l’Italia si divide aspramente sulla accoglienza ai migranti, e non pochi invocano respingimenti di massa dell’“invasore”, il signor Floris definisce i migranti «portatori sani di felicità», quasi anticorpi introdotti nel vecchio Occidente. Ora, io non so se il lettore abbia ragione, tuttavia una riga della sua lettera mi ha colpito: «Quando vediamo la gente sbarcare…».

A me è successo, forse otto anni fa, di salire a bordo come giornalista di una motovedetta della Guardia Costiera, a Lampedusa, impegnata nel salvataggio dei migranti. Siamo partiti per inoltrarci al largo, e poi in alto mare: quel mare che sembra così infinito, quando non si vede più nemmeno traccia della terra. Dove capisci quale angoscia può generare la distesa di acque immensa, per chi è a bordo di una imbarcazione fragile. E di notte, poi, cosa deve essere il mare nero, nelle notti senza luna. Una voragine, una bocca aperta, ad ingoiarti.

Dunque in alto mare, percorse alcune miglia, avvistammo un grosso gommone, così stracarico che galleggiava a stento. Ottanta, forse, migranti, con donne e bambini piccoli, sfiniti, assetati, la pelle bruciata dal sale e dal sole. Muti, composti salirono a bordo, accettarono dall’equipaggio le bottiglie d’acqua e del cibo. Una folla, ma come restavano zitti: anche i più piccoli. L’imbarcazione della Guardia costiera fece rotta verso nord. Gli uomini e le donne scrutavano l’orizzonte, assorti. Fino a quando si intravide, nella foschia del calore, vaga ancora, la linea rocciosa della costa di Lampedusa. Che per i migranti era già Italia, era già Europa.

E allora mi restò indimenticabile il sorriso, il modo di sorridere di quella gente: poverissimi, miserabili, ma giovani e forti, vedevi nei loro tratti improvvisa la gioia, semplicemente, di essere vivi. Vivi in un Paese in cui non si spara, in un Paese dove c’è da mangiare per tutti. Confesso che a quei loro sorrisi io mi sentii addosso, al confronto, tutta la indifferenza e il cinismo del vecchio Occidente: dove ogni cosa è scontata, dove non si è più grati del semplice fatto di essere sani, e sfamati.

Vidi, in quei migranti, un giovane popolo che riempiva i vuoti del nostro, incanutito, decadente; così come è naturale che l’acqua colmi un vaso vuoto, da un altro pieno e comunicante. Pensai di stare assistendo a una migrazione simile a quelle antiche: moti di popoli che come onde si sovrappongono, inesorabili, nella legge della vita. Poi vidi che più d’uno, nella folla, al vedere la terra si era messo in ginocchio: e chi pregava Allah, e chi invece il nostro Dio, leggendo da piccoli Vangeli, fradici d’acqua di mare. Gente che vive, che è grata, che prega, pensai. E allora quella piccola folla di naufraghi mi sembrò portatrice di una grande forza. Felicità? O forse semplicemente vita, nelle vene del nostro mondo invecchiato.

fonte: Avvenire 6/5/2017

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