Additare Gesù.

additare-dioAnche il post che segue è una perla, scelta dallo Scrigno della Memoria della nostra Antonietta Porro e già pubblicata sul Bollettino della Parrocchia di san Giulio in Barlassina.

ANTONIETTA PORRO

Maggio, tempo di Prime Comunioni. Mi ricordo con grande intensità non solo il giorno della mia Prima Comunione, ma anche, e direi forse soprattutto, l’attesa dei mesi, degli anni precedenti: ho invidiato per anni le bambine e i bambini cui toccava questa grande esperienza, e ogni volta che li vedevo mi prefiguravo la volta in cui sarebbe toccato a me.
C’erano una serie di particolari legati all’evento che suscitavano la mia emozione, molto più dell’abitino da cerimonia che, specie per le bambine, costituiva un’autentica attrazione fatale, poiché le faceva assomigliare a spose in miniatura e tutti facevano loro i complimenti per questo. Mi attraeva in primo luogo il fatto che i neocomunicandi fossero al centro dell’attenzione di tutti, e non per modo di dire.
La preparazione era lunga: dal catechismo alla prima Confessione, che anticipava solo di mezza giornata la Prima Comunione e che era motivo di emozione quasi altrettanto grande. La mattina del giorno fatidico si andava in processione dall’Asilo alla Chiesa, preceduti dalla banda che suonava a festa; ogni bimbo era tenuto per mano da mamma e papà (in tempi precedenti dalla madrina o dal padrino), e quasi tutto il paese stava lì, sulla piazza, ad attenderne e ad applaudirne il passaggio. I bambini erano guardati come se fossero i destinatari di uno straordinario privilegio: ricordo che dopo la S. Messa parenti e amici facevano a gara per salutarli, abbracciarli e baciarli, e non solo per un semplice gesto di affetto, ma con un particolare rispetto, oserei dire con deferenza, come si fa con un prete novello dopo la sua prima Messa. I bambini si sentivano al centro di una considerazione particolare, che andava oltre la loro persona: loro erano importanti, in quel giorno, perché Gesù li aveva abbracciati per la prima volta, li aveva fatti, Lui, centro della sua considerazione particolare.
Mi ricordo che, dopo la Messa di Prima Comunione, con la catechista e con un’altra bimba si andò ad una vicina casa di riposo, dove erano ospitate alcune signore di Barlassina, e lì si ripeté la stessa scena, si rinnovò da parte loro la stessa attenzione commossa: «Le bambine della Prima Comunione!». Non si poteva non accorgersi che ci era accaduto qualcosa di importante.
L’esperienza della centralità di Gesù e dell’Eucarestia è legata ad un altro ricordo della mia infanzia, di molto precedente quello della Prima Comunione. La domenica mattina – avevo forse quattro o cinque anni – papà mi portava con sé alla S. Messa delle 8, nonostante la celebrazione fosse integralmente in latino, e dunque la comprensione di quello che avveniva mi fosse pressoché preclusa. Ero una bimba tranquilla, e lui non doveva occuparsi più di tanto di me durante la Messa. Ma al momento della Consacrazione, mentre stava inginocchiato, mi attirava a sé, cingendomi la vita col suo braccio. Capivo che era un momento speciale, nel quale stava accadendo qualcosa di straordinario, soprattutto perché potevo sentire papà sussurrare più volte, in quegli istanti, le parole del discepolo Tommaso davanti a Gesù risorto: «Mio Signore e mio Dio!». Che potevano significare, per una bimba di pochi anni, quelle strane parole? Potevano indicare solo una cosa: che papà in quel momento aveva davanti a sé il Signore della sua vita, e che, mentre guardava a Lui con venerazione, teneva me, stretta a sé, perché condividessi come potevo il suo gesto di fede. Avvertivo, in quel momento, tutta la solennità del rito liturgico, certo non avrei mai osato far rumore o interrompere in qualche modo il silenzio di tutti, ma soprattutto sentivo quanto papà fosse coinvolto, quanto contasse per lui stare lì, in ginocchio, davanti a Gesù Eucarestia. Potrà sembrare strano, ma in quei momenti mi sentivo molto amata: l’abbraccio di papà, il suo volermi avere così vicina, proprio in quell’istante, era l’espressione del suo affetto più grande. E, benché ne fossi inconsapevole, mi avvicinava in un modo molto semplice e umano, al mistero dell’amore di Gesù.
La nostra preoccupazione educativa nei confronti dei bambini ci conduce a volte a pensare a gesti nuovi, certo utili, anzi, spesso necessari. E tuttavia credo che il modo migliore per far crescere in loro la consapevolezza dell’amore di Dio e per introdurli ad una esperienza di fede sia quello di vivere, noi adulti, in maniera consapevole la nostra fede e di lasciare che i piccoli ci guardino, che si accorgano dell’importanza che per noi ha il nostro rapporto con Gesù. Educare significa additare un modello: se il modello è Gesù, noi siamo il dito che indica, con la vita più che con le parole, che è a Lui che si deve guardare.

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Un pensiero su “Additare Gesù.

  1. Mi sono venute le lacrime.. 🙂
    Anche io, a mio modo, sto cercando di trasmettere la fede alle mie nipoti. E racconto a loro di Gesù. La più curiosa è la mia nipotina di 4 anni.
    Infatti, ogni tanto, la porto con me in Chiesa davanti al Crocifisso. ( Non a messa perché non riesce a stare ferma 😀 ); però, le piace venire con me :).
    Buona giornata!

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